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Impronta idrica in etichetta: cosa è cambiato per i produttori dal 27 settembre

In vista della Giornata mondiale dell’alimentazione del 16 ottobre, le aziende produttrici sono chiamate a un uso corretto dei dati ambientali nella comunicazione dei prodotti plant-based

Roma, 7 ottobre 2026 — Per produrre 1 kg di carne bovina servono in media 15.415 litri d’acqua, per 1 kg di cereali ne bastano 1.644. Sono i valori dello studio di Mekonnen e Hoekstra (UNESCO-IHE), il riferimento più citato sull’impronta idrica degli alimenti, che spiegano perché l’acqua sia diventata uno degli argomenti preferiti nella comunicazione dei prodotti a base vegetale. Dal 27 settembre 2026 si applica la Direttiva (UE) 2024/825 sulla responsabilizzazione dei consumatori per la transizione verde, e oggi trasformare questi numeri in un’affermazione su un singolo prodotto richiede prove che un media globale non può dare.

I dati hanno una forza comunicativa evidente. Una persona beve circa 2 litri d’acqua al giorno, cioè 730 litri l’anno. I 15.415 litri di un chilo di carne bovina equivalgono quindi a oltre 21 anni di acqua potabile, e una bistecca da 200 grammi a più di quattro. Rapportato alle proteine, il divario resta netto: circa 112 litri per grammo di proteina nella carne bovina, circa 19 nei legumi. L’impronta idrica somma tre componenti:

Il modo corretto di comunicare il consumo idrico in etichetta

Questa ricchezza di dati rende il tema delicato per chi produce. I valori dello studio sono medie mondiali per categoria di alimento. L’impronta reale di un prodotto dipende dall’origine delle materie prime, dal tipo di irrigazione, dalla trasformazione e dalla logistica, e va misurata con metodi specifici come la norma ISO 14046.

Un’etichetta che attribuisce a una referenza un “basso consumo idrico” sulla base di una media di settore espone l’azienda alle pratiche che la Direttiva vieta: le asserzioni ambientali generiche non supportate da prestazioni ambientali eccellenti riconosciute, i marchi di sostenibilità non basati su un sistema di certificazione o non istituiti da autorità pubbliche, i claim riferiti all’intero prodotto quando riguardano un solo aspetto.

E il rischio non riguarda solo il packaging, ma anche siti web, schede prodotto, cataloghi, materiali per buyer, fiere e contenuti social, che contribuiscono allo stesso modo all’immagine ambientale di un prodotto, e tutti devono essere supportati dalla stessa verifica.

“L’impronta idrica è un argomento solido quando descrive i sistemi alimentari. Diventa fragile quando viene spostata su un singolo prodotto senza una misurazione. La transizione plant-based ha bisogno di numeri, ma soprattutto di numeri verificabili: è questo che costruisce fiducia con consumatori e buyer. Una certificazione vegan verifica la natura del prodotto, non il suo impatto idrico. Sono due affermazioni diverse, ognuna con il suo percorso di prova, e confonderle è il primo errore da evitare”, dichiara Laura Serpilli, Direttrice di Osservatorio VEGANOK. 

Con la Direttiva ormai applicabile gli esperti di VEGANOK, Certificazione Vegana riconosciuta a livello internazionale, consigliano le aziende del settore a rivedere i propri materiali con un criterio semplice: per ogni dato ambientale, chiedersi a cosa si riferisce, chi lo ha misurato e su quale prodotto. Gli esperti sono a disposizione di chiunque voglia approfondire il quadro applicativo e verificare che i materiali di comunicazione dei prodotti siano conformi alla Direttiva.

 

 

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