Da settembre 2026 migliaia di aziende italiane saranno a rischio contestazioni e sanzioni, per l’uso di “Bollini” e claim vegan non verificati su packaging, web e cataloghi: la Q&A appena pubblicata dalla Commissione Europea chiarisce meglio il ruolo di nomi, simboli, bollini e grafiche nella comunicazione commerciale
Roma, 22 maggio 2026 – Avere un bollino vegan sul packaging realizzato internamente, una V verde creata dalla propria agenzia grafica, un’icona animal friendly sul sito, o un semplice claim etico o green nella propria comunicazione, potrebbe costare caro a migliaia di aziende italiane. È quanto confermato dal documento Questions & Answers, pubblicato dalla Commissione Europea, il 18 maggio 2026, riguardo la Direttiva (UE) 2024/825, nota come Empowering Consumers for the Green Transition Directive. Il documento chiarisce alcuni punti particolarmente rilevanti per il settore vegan, e riguarda il modo in cui parole come vegan o vegetarian potranno essere utilizzate nella comunicazione commerciale.
Dal 27 settembre 2026 la comunicazione commerciale dei prodotti vegan, vegetarian e plant-based entrerà infatti in una nuova fase di verifica. Questo perché la Direttiva europea ha introdotto nuove regole per contrastare claim vaghi, non verificabili o potenzialmente fuorvianti. L’obiettivo è distinguere le aziende che hanno costruito un percorso documentato e verificabile da quelle che hanno usato parole, simboli o bollini vegan come semplici elementi decorativi di marketing.
«Siamo finalmente arrivati a una fase di maturità per il mercato vegan. E la Direttiva (UE) 2024/825 segna un passaggio importante: il mercato non potrà più accontentarsi di parole evocative, simboli verdi o promesse generiche. Claim, bollini e grafiche dovranno essere coerenti con ciò che il prodotto può realmente dimostrare. Per le aziende che hanno costruito percorsi seri, documentati e verificabili, questa evoluzione rappresenta un’opportunità per valorizzare meglio il proprio lavoro. Il futuro del vegan sarà comunicato con più trasparenza, più prove e maggiore responsabilità verso il consumatore», afferma Sauro Martella, fondatore della certificazione VeganOk.
Stop ai claim green non verificati
La parola vegan, se usata come semplice informazione sul prodotto, può già richiedere attenzione quando il contesto la rende ambigua. Ma se viene trasformata in un bollino, associata a foglie, gocce d’acqua, colori verdi, richiami alla natura, simboli legati agli animali o messaggi etici e ambientali, il messaggio cambia: può essere percepita come una promessa, una garanzia o un’indicazione di benefici ambientali o sociali. Ed è proprio in questi casi che il rischio di contestazione diventa più concreto.
La Commissione precisa che la loro eventuale qualificazione come sustainability label dipende da caso a caso; dipende dal contesto in cui compaiono, dalla forma grafica con cui vengono presentate, e, cosa ancor più allarmante, dipende dalla percezione che possono generare nel consumatore medio.
Questo significa che la stessa dicitura può assumere un peso diverso a seconda di dove si trova, di come viene presentata e di come può essere percepita dal consumatore.
A quel punto, se la validità di un brand, di un claim o di una grafica dipende dalla percezione del consumatore medio, o da come quel messaggio verrà interpretato da consumatori, autorità o retailer, per le aziende diventa difficile avere la certezza che la loro comunicazione non possa essere contestata. E in caso di contestazione l’azienda dovrà dimostrare su cosa si basa la dichiarazione, chi l’ha verificata, quali requisiti sono stati applicati e perché il consumatore non è stato indotto in errore.
Il rischio di contestazione non riguarda solo la presenza della parola vegan, vegetarian, plant-based sul packaging, ma coinvolge l’intero sistema di comunicazione: naming, grafica, colori, simboli, bollini, claim accessori, sito web, social media e materiali commerciali.
Dai bollini autoprodotti ai sistemi verificabili
Il “bollino vegan fatto in casa” è contestabile. Una V verde disegnata internamente, un sigillo plant-based creato dall’agenzia, un’icona animal friendly o un claim vegan usato come garanzia percepita non possono più essere trattati come semplici scelte grafiche.
Non conta ciò che l’azienda intende comunicare, ma ciò che il consumatore può ragionevolmente comprendere. Se un simbolo, un nome o un claim suggerisce una garanzia etica, sociale o ambientale, l’azienda deve essere pronta a dimostrare su quali basi quella garanzia è stata costruita.
Per il mercato vegan, questo passaggio segna una svolta. Da una parte, le dichiarazioni autoprodotte, esposte al rischio di interpretazioni e contestazioni; dall’altra, i sistemi verificabili, fondati su requisiti, procedure e controlli riconoscibili. La nuova Direttiva non indebolisce il mercato vegan. Al contrario, può aiutare a distinguere le aziende genuinamente vegan e certificate da quelle che hanno usato il linguaggio vegan come leva commerciale.
La certificazione come scudo contro le contestazioni
Il documento Q&A chiarisce che una sustainability label non istituita da un’autorità pubblica deve basarsi su un certification scheme conforme. Questo schema deve prevedere requisiti pubblicamente disponibili, verifica indipendente di terza parte, apertura a tutti gli operatori che possono rispettarne le condizioni, trasparenza, credibilità e monitoraggio da parte di un soggetto competente e indipendente.
In questo contesto, la certificazione assume grande importanza ed un ruolo sempre più strategico, e diventa l’unico sistema utile a rendere il claim vegan chiaro, riconoscibile e documentato. Per le aziende, significa ridurre l’ambiguità della comunicazione, rafforzare la fiducia del consumatore e presentarsi a retailer e distributori con un riferimento solido.
Non solo il packaging è contestabile
Il nuovo quadro normativo poi non riguarda soltanto l’etichetta e il packaging del prodotto, ma l’intera comunicazione commerciale rivolta al consumatore: sito web, e-commerce, cataloghi, espositori, schede prodotto, social media, materiali promozionali e contenuti destinati alla distribuzione.
Costruire una promessa utilizzando formule come: “migliore per il pianeta”, “animal friendly”, “scelta etica”, “cruelty-free”, “sustainable vegan product”, “buono per te, per gli animali e per l’ambiente”, entra nel campo della fiducia, della sostenibilità percepita, dell’etica e della reputazione.
Anche i nomi di brand, linee e prodotti possono essere valutati come claim. La Commissione precisa che anche i nomi protetti da diritti di proprietà intellettuale non sono automaticamente esclusi dalla valutazione prevista dalla Direttiva, se nel contesto della comunicazione commerciale trasmettono un messaggio ambientale, esplicito o implicito. Formule come “VeggyLife”, “PlantPure”, “GreenVegan”, “EcoPlant”, “Naturalveg”, “AnimalFriendly Food” o espressioni simili, se accompagnati da simboli naturali, colori verdi, icone animal friendly o messaggi di sostenibilità, possono essere contestati.
La Direttiva (UE) 2024/825 è già in vigore, negli Stati membri lenuove disposizioni saranno applicabili dal 27 settembre 2026, la Commissione chiarisce che, da quella data, gli operatori dovranno assicurare che claim ambientali e sustainability label siano conformi alle nuove regole, anche sui prodotti già presenti sul mercato in un contesto B2C.
Buyer, distributori e retailer potrebbero richiedere alle aziende maggiore chiarezza, e in caso di non conformità, le aziende dovranno intervenire tempestivamente.
Le autorità nazionali competenti valuteranno i casi anche in base alla gravità dell’infrazione, alle circostanze specifiche e agli sforzi ragionevoli e proporzionati compiuti dagli operatori per adeguarsi.
La revisione dovrà coinvolgere confezioni, siti web, e-commerce, cataloghi, materiali per la distribuzione, espositori, schede prodotto e claim social.
«In questo scenario la certificazione internazionale “VEGANOK”, con le sue varianti “VEGETALOK”, “PLANT BASED by VEGANOK”, “VEGANOK EXCELLENCE”, “VEG-PACK” e “BIODIZIONARIO”, diventa strategica per rendere il claim vegan più chiaro, verificabile e difendibile», conclude Sauro Martella, fondatore della certificazione VEGANOK (www.veganok.com).
Fonte: European Commission, Questions & Answers on the Empowering Consumers for the Green Transition Directive, 18 maggio 2026: https://commission.europa.eu/document/download/3c257883-bb2a-4dd9-a6dc-501d587bb34f_en?filename=faq-empowerting-consumers-gtd.pdf
Contatti stampa
Ufficio Stampa VEGANOK
Email: press@veganok.com
Sito: www.veganok.com
Informazioni su VEGANOK
VEGANOK è una certificazione internazionale per prodotti e servizi conformi agli standard vegan. Da oltre vent’anni lavora per rendere il vegan riconoscibile, verificabile e accessibile, supportando aziende e consumatori attraverso un sistema di controllo volto a garantire chiarezza, trasparenza e affidabilità nella comunicazione dei prodotti certificati.
