Premio “Impresa Etica”: imprenditori e lavoratori uniti per il bene comune, ad Asti l’evento finale

Asti, 12 marzo 2019 – Sabato 16 e domenica 17 marzo Asti ospiterà la cerimonia finale del Premio nazionale “Impresa Etica” promosso dall’Associazione San Giuseppe Imprenditore, che assegnerà riconoscimenti a sei imprese di tutta Italia.

In concomitanza sarà assegnata la prima edizione del Premio “San Giuseppe Marello”, istituito dalla Congregazione degli Oblati per premiare un’impresa familiare astigiana.

Dal Telefono Arancione, che aiuta e sostiene gli imprenditori in gravi difficoltà e negli ultimi due anni ha registrato oltre 1000 chiamate, al premio nazionale che valorizza le buone prassi imprenditoriali ispirate a principi etici e al magistero sociale della Chiesa cattolica.

Il tutto grazie all’ASGI, l’Associazione San Giuseppe Imprenditore (www.sangiuseppeimprenditore.it), che porta a sintesi la propria duplice missione sociale con la finale della seconda edizione del Premio “Impresa Etica”, in programma ad Asti sabato 16 e domenica 17 marzo presso il Santuario di san Giuseppe e la Casa degli Oblati, alla presenza del vescovo di Asti monsignor Marco Prastaro e delle istituzioni cittadine.

«La realtà socio-economica italiana vive ancora su una notevole presenza dell’imprenditoria di impronta familiare, che spesso vanta una lunga storia e si tramanda da più generazioni. Il premio annuale, promosso dalla nostra associazione in collaborazione con Avvenire e Fondazione Cattolica Assicurazioni, insieme a diverse aziende sostenitrici, vuole rappresentare il riconoscimento formale dell’impegno quotidiano di questa significativa realtà imprenditoriale, individuando coloro che si sono distinti con successo nella propria attività, riuscendo al contempo a perseguire i più alti standard etici e i valori della responsabilità sociale», spiega Lorenzo Orsenigo, fondatore e presidente dell’ASGI. 

«E’ un premio per gli imprenditori di ogni categoria, settore e dimensione che si distinguono nel coniugare i principi etici dell’imprenditorialità, creatività, onestà, buona fede e buona fama, efficienza e assunzione prudente del rischio; nella gestione dell’impresa e nel condividere con i collaboratori e i dipendenti l’impronta significativa nel territorio; e per le maestranze che si distinguono per senso di appartenenza, collaborazione, dedizione e laboriosità», aggiunge il professor Oreste Bazzichi, docente di Sociologia Economica presso la Pontificia Facoltà San Bonaventura-Seraphicum e presidente della giuria che ogni anno seleziona e valuta le imprese candidate.

Quest’anno l’iniziativa si arricchisce di un nuovo riconoscimento: il Premio “San Giuseppe Marello”, promosso dalla Congregazione degli Oblati con il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Asti e delle istituzioni cittadine: «Sarà assegnato a un’impresa familiare nata e cresciuta per iniziativa di una coppia di sposi, che hanno dedicato una vita a un lavoro in proprio, aiutati dai figli in una visione religiosa della conduzione d’impresa e dei sacrifici atti a creare benessere per i propri dipendenti, trattati familiarmente, e per le loro generazioni successive», dice padre Luigi Testa, assistente spirituale nazionale dell’ASGI.

L’evento finale prevede un programma molto denso di appuntamenti:

~ Sabato 16 marzo (dalle 15 alle 19) spazio all’innovation matching, organizzato in collaborazione con il Polo universitario di Asti, con i tavoli tematici tra imprenditori, lavoratori e studenti universitari e delle scuole superiori, a confronto su “La libertà dell’errore: dna del successo”.

Diversi gli imprenditori presenti, tra cui Franco Castelli, Pia Cittadini, Salvatore Cortesini, Mirco Gasparotto, Graziano Giordani, Sandro Grespan, Erminio Renato Goria, Luca Guzzabocca, Andrea Mondini, Mauro Mastrototaro, Sauro Pellerucci. 

= Domenica 17 marzo la Santa Messa (ore 10,30) presieduta dal vescovo di Asti, seguita dalla cerimonia di consegna dei premi “Impresa Etica” e “San Giuseppe Marello” (ore 11,30) e dal pranzo ufficiale presso la scuola alberghiera “Afp Colline Astigiane” (ore 12,45).

Per maggiori informazioni sull’ associazione e le sue attività sociali in favore degli imprenditori in crisi rimandiamo al sito internet www.sangiuseppeimprenditore.it.

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Contatti stampa:

Daniele Garavaglia 

Responsabile comunicazione ASGI 

Tel. 392.3694041 –

Email: comunicazione@sangiuseppeimprenditore.it

A.S.G.I.

Associazione di Promozione Sociale San Giuseppe Imprenditore

www.sangiuseppeimprenditore.it

  

Lavoratori over 50: ecco come e perché valorizzarli in azienda

Milano, 18 gennaio 2019 – L’attuale mercato del lavoro si muove sempre più decisamente in direzione dell’innovazione e della digitalizzazione, e non deve quindi stupire che le aziende siano alla costante ricerca di giovani talenti cresciuti insieme alle nuove tecnologie.

Sarebbe però sbagliato, per le imprese, concentrarsi unicamente sui Millennials: la maggior parte della forza lavoro, infatti, è costituita da over 50, i quali hanno di fronte a sé ancora parecchi anni prima dell’agognata pensione. I numeri sono chiari e non lasciano spazio a fraintendimenti: in Italia gli occupati tra i 25 e i 34 anni sono in totale 4 milioni, gli occupati over 50 sono più del doppio, superando gli 8 milioni e mezzo.

«In un contesto dominato dalla digital trasformation, esistono tutt’oggi molti ruoli per i quali il driver principale resta il bagaglio esperienziale» spiega Carola Adami, head hunter di Milano e fondatrice dell’agenzia di selezione del personale Adami & Associati. «Parliamo di figure come i responsabili vendite, medici specializzati, direttori commerciali, capi progetto e via dicendo, per i quali la maturità personale e il know how consolidato sono caratteristiche cruciali».

Non va peraltro dimenticato, sottolinea Adami, che «a partire dalla riforma del lavoro 2012 in Italia sono stati introdotti degli incentivi per l’assunzione degli over 50, i quali restano attivi anche nel 2019, dopo aver dato manforte alla ripresa dell’occupazione negli ultimi anni».

Ma come si sentono gli occupati over 50?

Stando a uno studio effettuato da Valore D e dall’Università Cattolica di Milano, solamente il 31% dei lavoratori di questa fascia si sente effettivamente attivo e valorizzato. Il 46% lamenta invece di essere in difficoltà, laddove il 23% degli intervistati si definisce smarrito. La volontà, nella maggior parte dei casi, è quella di fare di più, di poter mostrare il proprio valore, di rimettersi in gioco. Non deve stupire, quindi, il titolo della ricerca, ovvero ‘Talenti senza età’.

Per le aziende, dilapidare l’esperienza e la passata formazione dei lavoratori ultracinquantenni è uno spreco imperdonabile, soprattutto pensando al fatto che gli occupati over 50 sono destinati ad aumentare ulteriormente. Da qui la necessità, sottolineata dagli autori dello studio, di predisporre delle strategie di Ageing management per gestire al meglio il capitale umano. Alcune grandi aziende, del resto, ci hanno già pensato.

Il gruppo assicurativo Zurich, per esempio, ha iniziato di recente ad affiancare lavoratori di generazioni diverse in un sistema di cross mentoring, così da mettere a confronto l’esperienza degli over 50 con le competenze digitali dei più giovani. L’esperimento, affermano dalle Risorse Umane del gruppo svizzero, si sta dimostrano più efficace rispetto ai tipici corsi di formazione.

La multinazionale giapponese NTT Data negli ultimi anni ha iniziato invece recentemente ad assumere un alto numero di over 50, avendo notato che i team intergenerazionali lavorano meglio: l’esperienza dei lavoratori più maturi, infatti, permette di gestire in modo efficace anche le situazioni più complesse.

 

 

Il lavoro part-time? Sì, ma non per scelta

Milano, 28 novembre 2018 – Un tempo il part-time era salutato come una vera manna dal cielo. Era così per la commessa, per la segretaria o per l’operaia che, non volendo trascurare i figli, non desideravano però nemmeno dire addio al mondo del lavoro e a un’entrata fissa. Di certo, però, il part-time non presenta dei vantaggi solo per le madri di famiglia: anche studenti e studentesse possono godere di questo particolare contratto, per pagarsi gli studi universitari e arrivare alla tanto sudata laurea, senza pesare sulle spalle dei genitori.

Insomma, a prima vista il part-time sembrerebbe la soluzione giusta per molti, moltissimi lavoratori, i quali avrebbero tante buone ragioni per ambire a questo contratto. Purtroppo, però, non è così.

«Nella maggior parte dei casi non è la disponibilità di maggior tempo libero a spingere gli italiani ad abbracciare il part time» spiega Carola Adami, CEO della società di ricerca e selezione del personale Adami&Associati «quanto invece la difficoltà nel trovare un lavoro a tempo pieno».

Il contratto a tempo parziale, dunque, sembra aver perso la sua patina originale, per diventare invece un vero e proprio ripiego, del quale è più facile vedere gli svantaggi che i benefici.

I numeri Eurostat del resto parlano chiaro: guardando ai dati del 2017, il 63,5% dei lavoratori part-time tra i 15 e i 64 anni ha dichiarato di aver accettato questo contratto per l’impossibilità di trovare un contratto full-time.

Certo, questa fetta è diminuita di quasi 2 punti percentuali rispetto al 2016, ma resta pur sempre di molto maggiore rispetto allo stesso dato del 2008: prima della crisi, infatti, il part-time era una scelta ‘obbligata’ e non voluta dal 41,3% degli intervistati. In Europa, attualmente, solo Grecia e Cipro hanno percentuali maggiori, laddove la media dei Paesi UE si ferma al 26,4%.

Lontanissima la Germania, dove solo l’11,3% degli intervistati ha accettato un part-time come ripiego. Quel che è certo è che il part-time, in Italia, non viene utilizzato per continuare gli studi: solo il 2,1% degli intervistati spiega il proprio lavorare a tempo parziale come espediente per proseguire il proprio percorso educativo, mentre nel Regno Unito si parla invece di 6 volte tanto, con una percentuale del 12,9%.

«Va peraltro sottolineato il fatto per cui l’Italia, tra tutti i membri UE, è anche il Paese in cui i lavoratori part-time sono cresciuti di più negli ultimi anni: si parla infatti di quasi 10 punti in più percentuali tra il 2002 e il 2015» ha spiegato Adami.

In un contesto in cui il part-time, sia orizzontale che verticale, viene utilizzato come ripiego, in un frangente in cui la correlazione tra tempo parziale e precariato si fa sempre più accentuata, questo fenomeno non deve passare inosservato. Tutto questo accade del resto mentre determinate aziende continuano a concedere malvolentieri il part-time.

«Per questioni puramente organizzative le realtà del manifatturiero e le piccole aziende non sono portate a concedere i part-time ai propri dipendenti, laddove invece il tempo parziale è molto comune nel pubblico» ha evidenziato infine la Adami .

 

 

Callcenter: “Nell’industria dell’alienazione ti contano i minuti della pipì”

Torino, 22 novembre 2018 –  “Mi sono infiltrata in un callcenter perché volevo provare di persona le assurde condizioni di lavoro che sapevo essere al limite dell’assurdo. E una volta assunta mi è stato dato subito il target dei secondi per ogni attività che potevo svolgere, compreso l’andare in bagno per fare la pipì”.

A parlare è la scrittrice Barbara Appiano, Infiltratasi in un callcenter per avere una esperienza diretta, e poterne poi scrivere, per denunciare le condizioni di vita e di sfruttamento dei lavoratori del settore.

“Svolgevo il mio compito di video terminalista in uno stanzone enorme con altri 50 operatori alle prese con cuffie, telefoni e un display che scandiva il tempo di ognuno di noi. Un display tipo quelli degli aeroporti, che riporta però tutto quello che fai, e che non appena ti siedi ti tramuta improvvisamente in un numero” continua la scrittrice.

“Se per qualsiasi ragione perdi la telefonata in arrivo questa viene dirottata ad altri operatori, ma tu perdi minuti preziosi e vieni perfino multato. E se ti alzi perché ti viene da grattarti il naso e ti togli la cuffia, che è collegata al display del “grande spione”, ecco che riparte il conteggio dei minuti non lavorati. 

Gli stessi minuti che insieme ai minuti della pipì, del pranzo e del caffè, vanno ad incrementare i tuoi minuti di pausa, diventando tutti insieme un dato che misura la tua inefficienza”.

L’alienazione del callcenter trova poi la sua massima espressione nella velocità che il video terminalista velocista deve avere dal momento che prende la telefonata, e deve risolvere il problema di chi chiama in 2 minuti.

Sforato questo tempo il “grande cervellone spione”, come un kapò da lager, fa una resoconto dei minuti sforati, e questi ti vengono poi detratti dalla busta paga.

È un vero e proprio sfruttamento scientifico, di ogni singolo minuto della vita delle persone, comprese le 8 ore di formazione iniziali, che ho scoperto essere pagati da associazioni sindacali, con soldi presi dallo stato” dice ancora Barbara Appiano.

Una esperienza nuda e cruda, che viene raccontata senza filtri nel libro “Il pianista velocista a cottimo”, che riporta nel dettaglio l’alienazione delle “fabbriche telefoniche” dei callcenter.

Un racconto che vuole rimarcare proprio i valori della “fabbrica sentimentale” di Adriano Olivetti e la visione profetica di Pier Paolo Pasolini che predisse la massificazione della nostra società in tempi non sospetti, ben oltre 40 anni fa.

Un reportage che racconta la perdita dei valori universali di fratellanza e solidarietà, sostituiti dall’antagonismo e dalla competizione fra i lavoratori, dal loro sfruttamento alienante, nel nome della efficienza e della produzione” ci spiega ancora Barbara Appiano (www.appianobarbara.it).

Una infiltrazione coraggiosa quella della scrittrice vercellese, che l’ha portata ad osare fino ad essere scoperta nella sua missione di “testimone dell’alienazione”, e che l’ha trasformata in oggetto di minacce per la pubblicazione del libro.

Minacce che la scrittrice non ha però preso in considerazione, pubblicando per intero la sua esperienza.

Il libro è edito da Kimerik editore, con la prefazione della Prof.ssa Francisetti Brolin Sonia, docente di lettere al liceo Giordano Bruno di Torino e dottore di ricerca all’Università ‘La Sapienza di Roma”. 

La prolifica Appiano ha in attesa di pubblicazione ben altri  5 romanzi, che la stessa ha illustrato in una vetrina sul proprio sito www.appianobarbara.it: a novembre uscirà la raccolta di aforismi “Adelante Palabra”, a gennaio 2019 “L’italia a fumetti, l’italia a denti stretti”, un romanzo a fumetti in cui i narratori saranno Topo Gigio e Calmero, e che narreranno la storia dell’Italia dalla seconda guerra mondiale ai giorni nostri.

In stesura anche un romanzo dal titolo provvisorio “La leggenda del pasticcere aviatore”, una storia semiseria  e in parte vera che tratta della fame e della distribuzione del latte in Cile durante la presidenza di Allende che ha permesso ai bambini di ricevere mezzo litro di latte al giorno.

 

 

Il romanzo denuncia sulle condizioni di lavoro nei callcenter

 

 

 

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Capitale umano e innovazione: ecco cosa sta cambiando nel lavoro in Italia

Milano, 18 maggio 2018 – L’intelligenza artificiale e più in generale la digitalizzazione stanno mutando profondamente le aziende italiane, in tutti i loro aspetti costitutivi. Non è certo un caso se, a proposito del Report Mercer Global Talent Trends Study 2018 ‘Unlocking Growth in the Human Age’, l’ Amministratore Delegato di Mercer Italia, Marco Valerio Morelli, ha parlato proprio di una ‘agenda del change’, la quale  richiede «una continua evoluzione per rimanere competitivi, piuttosto che un singolo momento di cambiamento».

Big data Expert, It security specialist, Blockchain expert, Network system engineer, sono questi i ‘nuovi’ professionisti che, secondo l’head hunter Carola Adami, sono attualmente i più ricercati dalle aziende italiane: «Si tratta perlopiù di professionalità appena nate, che le imprese italiane, per ora, faticano a individuare».

Ma, come anticipato, non si tratta solo della selezione di nuovo personale: i cacciatori di teste non possono risolvere, da soli, la sfida che si pone alle aziende italiane. Serve infatti molta formazione interna, anche se, come svela lo studio Mercer, solo il 46% degli HRD è convinto di poter affrontare in modo efficace la riqualificazione delle competenze dei dipendenti già inseriti in azienda.

Eppure la riqualificazione delle risorse è essenziale, sia per le imprese che per gli stessi dipendenti.

Se infatti più del 70% dei top manager italiani è convinto che, entro cinque anni, un ruolo su cinque all’interno della propria azienda cesserà di esistere, prepararsi al cambiamento attraverso corsi di formazione ad hoc è indispensabile.

Come ha sottolineato Silvia Vanini, Partner Deputy Career Leader Mercer Italia «in Italia la sfida per il capitale umano portata dall’industria 4.0 si incontra con le peculiarità del business model, caratterizzato da componenti ad elevata artigianalità, e del tessuto produttivo nazionale. A nostro parere, come per altri momenti di discontinuità, è proprio in queste fasi iniziali che si sta tracciando uno spartiacque tra le realtà più proattive e le altre, laddove solo le prime si stanno attrezzando per gli impatti organizzativi del cambiamento».

Tutto questo accade mentre i dipendenti, spinti soprattutto dai cosiddetti Millennials, sono alla ricerca di maggiore flessibilità, e quindi di maggiore controllo della propria vita, anche a livello professionale.

«Le nuove tecnologie stanno avendo un impatto importante anche sulla concezione stessa del capitale umano» spiega Carola Adami, Ceo e founder della società di ricerca e selezione di personale di Milano Adami & Associati, aggiungendo che «da una parte le imprese sono portate a cercare nuovi talenti in grado di portare concretamente l’innovazione in azienda mentre dall’altra le medesime realtà stanno iniziando a capire che il cambiamento d’ora in avanti sarà continuo, e che quindi l’immissione di nuove risorse è solo il primo passo per dare forma al futuro del proprio business».

«I Millenials, in linea generale, sono caratterizzati da un approccio disincantato al lavoro, riconoscendo una maggiore importanza alla vita privata rispetto a quella professionale» ha spiegato Adami «inoltre, per necessità o per scelta, sono inclini al Jop Hopping: si stima infatti che i Millenials trentenni abbiano cambiato in media il triplo delle aziende rispetto ai Baby boomers».

La richiesta di maggiore flessibilità è del resto generalizzata, tanto che il 96% dei top manager è convinto che offrire ai propri dipendenti una maggiore flessibilità sia una parte essenziale della value proposition aziendale. E certo non sbagliano nel cercare di offrire qualcosa in più ai loro talenti, soprattutto leggendo il dato per il quale il 34% dei dipendenti intervistati, pur essendo soddisfatti del proprio lavoro, manifestano comunque la volontà di lasciare l’azienda attuale, non percependo reali opportunità di carriera interna.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Lavoro: aumenta l’ottimismo, ma anche lo scompenso tra domanda e offerta

Milano 7 febbraio 2018 – Regna un certo ottimismo per quanto riguarda il mercato del lavoro italiano del nuovo anno: lo dicono i recruiter di professione i quali, pur con degli alti e bassi, vedono profilarsi una progressiva crescita della domanda di lavoratori da parte delle imprese.

Informazioni importanti sulla situazione attuale del settore del recruitment arrivano dall’indagine ‘State of the Industry Barometer’ condotta dall’ECSSA, la Federazione Europea che riunisce le associazioni europee delle società di ricerca e selezione ed head hunting e che conta sulla partecipazione, e quindi sui dati, di 7 Paesi membri, ovvero Francia, Germania, Italia, Belgio, Spagna, Regno Unito e Lussemburgo.

Ebbene, il barometro europeo stilato dall’ECCSA non è mai stato così alto, a partire dalla sua istituzione nel 2010: il suo valore, infatti, è arrivato a 37,7 punti. Questa cifra nasce dall’integrazione di due fattori qualitativi, ovvero dalla percezione della situazione attuale così come è sentita dai reclutatori e dalla stima sugli andamenti a breve termine. Il barometro, quindi, è uno strumento prezioso per chiunque sia interessato a prevedere l’andamento del mercato del lavoro.

Il barometro sullo stato del settore nei 7 Paesi a fine 2017 si è presentato molto alto, nonostante i valori di Italia, Belgio e Germania siano diminuiti rispetto a quelli di marzo 2017.

A trascinare l’aumento, dunque, sarebbero stati Francia, Spagna e Lussemburgo. I professionisti intervistati si dichiarano ottimisti per il futuro, con il 70% dei recruiter italiani a prevedere un deciso aumento delle prestazioni lavorative nel prossimo trimestre.

Come si diceva, però, restano delle zone grigie.

Come si può leggere nel report ECCSA, «tra i mercati presi in esame, è in Italia che il clima economico è peggiorato maggiormente». Il 31% delle società di recruitment si dichiara insoddisfatto dell’attuale andamento dell’attività, anche se va precisato che una fetta simile di intervistati ha dichiarato anche che il volume degli affari è stato superiore alle aspettative.

A fronte di questi dati sulla situazione attuale e sui mesi passati, però, il 69% delle aziende di ricerca e selezione del personale considera positive le prospettive future – di contro ad un 8% di intervistati che prevede invece un peggioramento.

«Di certo non si può ancora parlare di una situazione ottimale, ma non c’è dubbio che queste prime settimane del 2018 abbiano portato nuova linfa al mercato del lavoro» ha dichiarato Carola Adami, fondatrice e CEO della società di recruitment Adami & Associati (www.adamiassociati.com), aggiungendo che «gennaio ha per esempio visto l’affermarsi di una marcata ricerca di addetti nel settore del turismo, del commercio e del marketing».

«In linea con quanto successo in passato, non ci sono particolari difficoltà nel selezionare candidati idonei nel mondo della ristorazione e del turismo» ha spiegato la head hunter, precisando però che «la ricerca si fa più ardua quando si parla di tecnici operai specializzati di altri settori, come per esempio i tecnici dei rapporti con i mercati e i meccanici montatori e manutentori».

In determinate aree del mercato del lavoro italiano, dunque, il mismatch tra domande e offerte di lavoro si fa particolarmente acuto.

A confermarlo c’è del resto anche l’ultimo Bollettino del Sistema informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere in collaborazione con ANPAL, che vede più di 1,2 milioni di rapporti di lavoro da avviare entro marzo 2018, con il Nord Ovest a farla da leone con circa 390mila ingressi in azienda.

I dati sono dunque positivi, ma sono macchiati da un mismatch che arriva in media al 25%, e una tale difficoltà di reperimento non può che frenare il mercato del lavoro, e dunque anche le aziende italiane.

 

Ministero della Difesa, il sindacato dei lavoratori civili apre lo sportello social

Roma, 29 gennaio 2018 – A partire da venerdi  26 gennaio 2018 è online lo sportello social di FLP Difesa, la Federazione Lavoratori Pubblici e Funzioni Pubbliche, sulla rete sociale di Facebook all’indirizzo www.facebook.com/flpsindacato. Una scelta innovativa e lungimirante presa dal coordinatore generale del sindacato Giancarlo Pittelli.

L’ obiettivo dello sportello Facebook della FLP Difesa é quello di interagire in real time con i lavoratori civili del Ministero Difesa, attraverso post e link diretti al sito web ma anche di creare un contenitore di idee, di suggerimenti e di proposte, utili per definire meglio la piattaforma sindacale, per renderla il più possibile condivisa al fine di una più efficace rappresentazione delle istanze della categoria e per disporre di un utile strumento per le “battaglie” che saremo chiamati certamente a fare nei prossimi mesi per dare qualità, spessore e prospettive alla presenza civile nel Ministero Difesa.

E’ prerogativa di FLP Difesa entrare in contatto diretto con gli utenti in rete proprio per coglierne ogni esigenza, richiesta, necessità.

Gli aggiornamenti della pagina Facebook saranno coordinati direttamente dalla segreteria nazionale di FLP Difesa e costantemente programmati sotto forma di “news”.

Una scelta fatta perché è inevitabile la “traslazione” di strategie comunicative da un modo tradizionale ad uno più attuale e diretto attraverso la rete, con l’idea e’ quella di sviluppare una successiva community formata dagli utenti che seguiranno le attività social del sindacato.

La FLP Difesa è una organizzazione sindacale abbastanza giovane, nata nel 1999 per dare rappresentanza alle lavoratrici e ai lavoratori di tutti i comparti del “pubblico impiego” nel contesto dei processi di ristrutturazione e di cambiamento molto profondi, spesso purtroppo anche peggiorativi, che stanno interessando le Pubbliche Amministrazioni da oltre un ventennio, e che sono stati attuati nel corso degli anni attraverso diverse le cosiddette “riforme” (Bassanini, Brunetta e Madia).

La nascita di questo nuovo soggetto sindacale è stata seguita da subito con interesse dai lavoratori ed è stata accompagnata da un significativo consenso. Prova ne sia che la FLP è diventata in pochissimi anni organizzazione sindacale rappresentativa e firmataria dei CCNL nei tre comparti centrali, cioè Ministeri, Presidenza del Consiglio e Agenzie Fiscali.

FLP Difesa diventa così la prima realtà sindacale ad interagire sui social, per fornire a tutti gli utenti della Difesa informazioni  fondamentali, news, accordi, leggi e tanto altro.

Per seguire la pagina ufficiale della FLP Difesa basta andare all’indirizzo internet www.facebook.com/flpsindacato.

 

 

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UFFICIO STAMPA

Christian Palladino

327 2648040

 

 

Castro_Pretorio – Ministero Esercito Difes. (Foto Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Ministero_della_difesa#/media/File:Castro_Pretorio_-_Min_Esercito_1190642.JPG)

Sempre più italiani ‘tele lavorano’: e il Ministero del Lavoro attiva le registrazioni online

Milano, 28 novembre 2017 – Lo smart working, ovvero il ‘lavoro intelligente’ che prevede flessibilità sul luogo e sugli orari di lavoro per i dipendenti, è già fra noi. Il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali già dallo scorso 15 novembre ha reso possibile anche registrare gli accordi di smart working tra lavoratore e datore di lavoro direttamente online sull’apposita piattaforma online.

Sono lontani i tempi in cui parlare di lavoro agile e intelligente significava evocare strani scenari irreali, difficili da immaginare.

«Non si tratta di una moda, né di un fenomeno passeggero» ha commentato Carola Adami, fondatrice e CEO dell‘agenzia di ricerca e selezione di personale Adami & Associati.  «Lo smart working è ormai una realtà, e gli stessi numeri relativi al 2017 lo dimostrano in pieno».

I numeri ai quali fa riferimento la head hunter sono quelli pubblicati recentemente dall’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, secondo i quali gli smart worker nel 2017 risultano in crescita del 14% rispetto all’anno precedente, nonché del 60% rispetto al 2013.

«L’universo degli smart worker è già una solida realtà, e gli studi ci dicono che questi lavoratori sono più produttivi e affrontano la loro quotidianità professionale con maggiore serenità» ha spiegato Adami, aggiungendo che «quello che resta da fare ora, piuttosto, è migliorare ulteriormente tutti gli strumenti atti ad assistere al meglio gli smart worker nel loro mondo digitale».

Secondo il Politecnico di Milano, se il 70% dei potenziali smart worker italiani passasse al lavoro agile, la produttività pro capite potrebbe aumentare del 15%. E questo non sarebbe un bene solo per i singoli lavoratori e per le singole imprese, ma anche per il ‘Sistema Paese’, in quanto quella produttività in più equivarrebbe a 13,5 miliardi di euro di benefici indotti per il Paese. E lo smart worker, inoltre, diminuisce gli spostamenti, inquinando di meno.

Sono del resto sempre di più le imprese italiane che aprono verso lo smart working: Generali Italia, Zurich, Enel, Bmw, Benetton, Mars Italia, Ferrero, Axa, la lista si allunga di giorno in giorno.

Si guardi per esempio all’ultima nominata, Axa: con oltre 1500 dipendenti, l’azienda ha avviato nel 2016 un progetto pilota di lavoro agile per 110 persone. Visti i risultati positivi, quest’estate gli smart worker di Axa sono diventati 800.

«Il ‘lavoro intelligente’ esiste già da diverso tempo nelle più avanzate aziende italiane, e da questo punto di vista la legge 81/17 non ha dovuto fare altro che dare una precisa veste giuridica a dei procedimenti gestionali già diffusamente in essere».

Come anticipato, il Ministero del Lavoro ha predisposto una piattaforma online per inviare il modello di accordo tra datore di lavoro e smart worker. Sono tre le comunicazioni possibili, ovvero quella relativa all’inizio del periodo di lavoro agile, quella relativa ad un’eventuale modifica e quella di annullamento, nel caso in cui il rapporto di lavoro permanga e cessi unicamente il periodo di lavoro agile.

È da sottolineare che, per accedere alla funzionalità del portale del Ministero del lavoro per la compilazione dei modelli di smart working, è necessario essere in possesso delle credenziali SPID, le quali vengono rilasciate dai gestori indicati dall’AgID, nonché delle credenziali rilasciate dal portale www.cliclavoro.gov.it da parte del relativo datore di lavoro.

 

Cambia il mercato del lavoro, è sempre più digital

Il mercato del lavoro si fa sempre più digital: cambiano le competenze e i ruoli ricercati

Milano, 17 novembre 2017 – L’economia nazionale è in fase di ripresa, e il mercato del lavoro conferma questa situazione dando segnali positivi e stabili.

Le imprese italiane, da parte loro, sono tornate ad assumere, dando il via ad un numero sempre maggiore di processi di ricerca e di selezione del personale.

Restano però alcuni problemi patologici del mercato del lavoro italiano: «il nostro Paese soffre di un marcato disequilibrio tra le esigenze reali delle imprese e le effettive scelte formative dei giovani e questo mismatch è dimostrato dal fatto che sono molte le aziende italiane che hanno difficoltà nell’individuare i profili richiesti» spiega Carola Adami, fondatrice e CEO di Adami & Associati, agenzia di recruiting attiva nella ricerca e nella selezione di personale qualificato.

A conferma del mismatch arrivano anche i dati Istat relativi al terzo trimestre dell’anno, riportando l’aumento del tasso di posti vacanti nelle aziende dell’industria e dei servizi con almeno 10 dipendenti: se la percentuale nei mesi precedenti era pari allo 0,9%, in questa ultima rilevazione si è attestata all’1%, il che corrisponde al valore massimo a partire dal 2010.

«Alla luce di queste cifre diventa dunque essenziale» ha spiegato Carola Adami «essere in grado di prevedere quali saranno le figure professionali che le aziende italiane ricercheranno maggiormente nei prossimi anni».

Assumono dunque grande importanza le indagini come quella realizzata recentemente da Capgemini in collaborazione con Linkedin, nella quale tra le altre cose vengono evidenziate quelle che saranno le professioni digital più ricercate nel prossimo triennio.

‘The Digital Talent Gap – Are Companies Doing Enough?’: questo il titolo del report in questione, nel quale sono state analizzate e confrontate le competenze in ambito digital richieste dalle aziende e la loro effettiva disponibilità in settori e Paesi diversi.

I dati che emergono da questo studio dimostrano l’urgenza di colmare il gap relativo alle competenze digitali: se infatti quasi il 50% dei lavoratori coinvolti nell’indagine sta investendo nell’acquisizione di nuove competenze digitali, il 54% delle aziende intervistate è convinto che la carenza di talenti digitali stia danneggiando il proprio business.

«Nel mondo delle HR, già da qualche anno, le parole chiave sono virtual communication, digital awareness e self-empowerment» spiega Adami «e su questi aspetti le imprese stanno investendo sempre di più».

Ma al di là delle singole competenze, quali saranno i ruoli digital più ricercati nei prossimi tre anni?

Stando allo studio Capgemini, le imprese avranno un bisogno crescente di Data Scientist, Chief Analytics Officer, Data Engineer, Data Architect, Digital Project Manager, Information Security, Chief Digital Information Officer, Chief Customer Officer, Chief Internet of Things Officer e Personal Web Manager.

Al momento, le aziende italiane – e non sono loro, come si rileva dal report – incontrano crescenti difficoltà nell’individuare queste professionalità.

I lavoratori, d’altro canto, si rendono conto sempre di più di vantare competenze che stanno per essere superate: il 29% dei dipendenti è convinto che le proprie skills siano già vicine all’essere obsolete, mentre il 30% circa pensa che saranno superate entro i prossimi 5 anni.

Un altro dato interessante che emerge dal report è quello che vede il 51% dei dipendenti convinto che nella propria azienda ci sia una forte mancanza di hard skills digitali, laddove il 59% degli intervistati non esita ad evidenziare anche una marcata carenza di soft skills.

«Appare sempre più chiaro» ha commentato Carola Adami «che la mancanza di digital soft skills, – ovvero di solide competenze trasversali digitali – non può che frenare la crescita di un’azienda.

Senza di esse, infatti, i dipendenti non possono essere in grado di sfruttare in modo efficace i più innovativi strumenti digitali, mettendo così a repentaglio qualsiasi passo verso l’innovazione aziendale.

E questo vale per qualsiasi settore, in quanto il digitale è sempre più pervasivo, dalla logistica al marketing, fino alle vendite e all’HR».

 

Lavoro, in Italia non si trova il 25% dei lavoratori richiesti

Milano, 3 novembre 2017 – Le aziende italiane incontrano non pochi problemi nel portare a termine con successo i propri processi di ricerca e selezione del personale. Pur con livelli di disoccupazione attestati all’11,1% con la disoccupazione giovanile, tra i 15 e i 24 anni, ferma al 35,7% l’ultimo bollettino Excelsior riporta che circa il 25% delle imprese ha delle serie difficoltà nell’individuare i profili professionali necessari per crescere.

«Ci sono delle ricerche che si possono aprire e chiudere in tempi brevissimi, soprattutto quelle che riguardano lavori poco qualificati» ha spiegato Carola Adami, fondatrice e CEO dell’agenzia di ricerca e selezione del personale Adami & Associati di Milano.

«Penso soprattutto ai lavori di segreteria, ai magazzinieri, agli addetti alle pulizie: in questi casi le difficoltà nel trovare dei candidati idonei sono minime».

La situazione cambia invece quando si parla di figure specializzate. Come ha spiegato la head hunter, specializzata nella selezione di lavoratori qualificati, «le imprese incontrano difficoltà nel selezionare talenti in informatica e in chimica, ma non parliamo solo di ingegneri, quanto anche di tecnici specializzati».

Per l’ultimo trimestre del 2017, stando alle pubblicazioni Excelsior (curate da Unioncamere e dall’Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro Anpal), le imprese italiane sono alla ricerca di circa 1 milione di nuovi lavoratori. Come detto, però per almeno un caso su quattro, ovvero per circa 250.000 lavoratori, la ricerca si fa difficoltosa e in alcune particolari situazioni l’individuazione del professionista ricercato semplicemente verrà posticipata nel tempo, non trovando dei candidati idonei sul mercato italiano.

Come ha sottolineato Adami, non si parla solo di laureati e di nuove professioni digitali, anzi, talvolta si incontrano delle difficoltà anche quando si ha a che fare con mestieri ‘vecchi’ e classici.

Nel nostro Paese particolarmente infatti si fatica a trovare carpentieri, meccanici, autisti di bus, conduttori di tram, parrucchieri ed estetisti. Si pensi che, in un mercato del lavoro segnato da una difficoltà di reperimento media del 24,3%, con una figura tradizionale come quella del fabbro si arriva fino al 67%.

Non hanno del resto vita facile nemmeno le aziende, grandi o piccole, che ricercano laureati in informatica, in chimica, in fisica ed in matematica: qui la difficoltà di reperimento si attesta in media al 51%, per innalzarsi al 57% quando si parla di tecnici specializzati digitali. L’innovazione e la digitalizzazione rampanti, come è noto, stanno facendo spuntare nuove necessità e nuove expertise.

«Tra le figure più ricercate figurano gli informatici esperti di coding, ovvero lavoratori specializzati con grandi competenze in fatto di programmazione, nonché gli analisti» ha sottolineato Carola Adami, specificando che «in molti casi le aziende non si limitano a ricercare dei semplici analisti marketing, quanto invece dei veri e propri ‘futurists‘, in grado di esaminare i possibili scenari futuri».

Non si tratta dunque unicamente di applicare le tecniche del marketing e di analizzare i dati del mercato, quanto anche di analizzare le dinamiche culturali e sociali che potrebbero influenzare il corso di un business. Come spiega ormai da anni Brian David Johnson – ‘futurologo‘ di spicco di Intel e ASU – questa professione «poggia anche su sociologia ed etnologia, due discipline che studiano l’uomo e il suo comportamento».

Come anticipato, dunque, l’innovazione porta con sé la necessità pressante di individuare nuove skills, e questo vale per le aziende di qualsiasi settore.

«Facciamo l’esempio del tessile» ha ipotizzato Carola Adami, spiegando che «una impresa medio-grande di questo settore può trovare delle serie difficoltà nel ricercare dei laureati e degli analisti in grado di prevedere correttamente le mosse da mettere in campo per aumentare la propria competitività, e può incontrare altrettante criticità nel selezionare degli operai specializzati».

Come riportato dal bollettino Excelsior di ottobre, infatti, nel settore della moda la difficoltà di reperimento di operai specializzati e conduttori di impianti arriva fino al 53,6%.

 

 

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