L’isolamento dei malati mentali, ieri e oggi, nel libro “Echi nella nebbia a ridosso del cielo”

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Torino, 9 maggio 2019 – Dal trattamento feroce che subivano i malati mentali in passato negli ospedali psichiatrici all‘isolamento dei malati mentali di oggi, insieme alle loro famiglie. Un argomento di cui si parla a sprazzi, per poi tornare subito nell’oblio.

L’ultimo tentativo di parlarne, e di riportare al centro del dibattito pubblico le ingiustizie subìte da chi soffre di malattie mentali è quello della scrittrice Barbara Appiano che nel suo ultimo libro “Echi nella nebbia a ridosso del cielo” (Kimerik Editore) ci racconta la storia di Francesca, classe 1882, che un giorno con l’inganno venne ricoverata dai suoi familiari nell’ospedale psichiatrico di Vercelli, solo perché presentava dei sintomi di schizofrenia.

Per fortuna dopo la legge Basaglia le cose sono migliorate ma ancora oggi i malati mentali, e le loro famiglie, subiscono un pesante isolamento dal resto della società.

Per saperne qualcosa di più dell’interessante libro riportiamo la prefazione di “Echi nella nebbia a ridosso del cielo” a cura della Prof.ssa Francisetti Brolin Sonia.

Un’opera che sta per diventare un dramma teatrale in un unico atto messo in scena dalla Compagnia Attori Doppiatori di Milano, con la direzione artistica di Monica Pariante, già doppiatrice delle piu’ importanti attrici, oltre ad aver lavorato nel film ‘Flirt’ con Monica Vitti.

 

DALLA PREFAZIONE DI ‘ECHI NELLA NEBBIA A RIDOSSO DEL CIELO’ DELLA PROF. FRANCISETTI BROLIN SONIA

Nella nostra società, così dominata dal falso mito della perfezione, la diversità rispetto alla cosiddetta normalità viene conside- rata un pericolo da emarginare. A tal proposito Barbara Appiano, con un taglio mordace, descrive ai suoi lettori la triste condizione dei malati psichiatrici, che, nel nostro paese, sono isolati, insieme alle loro famiglie, rinchiuse nelle prigioni dei pregiudizi. Il libro non è una riflessione generica, bensì si basa sulle reali esperienze di vita della scrittrice, che, nello sguardo di suo fratello Mario, affetto da un disturbo mentale, ha colto gli echi della nebbia lontani, ma in grado di innalzarsi al cielo.

Proprio questa immagine, funzionale a esprimere, in modo icasticamente metaforico, la dicotomia di fronte all’insania mentis, che, nella follia, riesce a trovare una strada di libertà, ha ispirato il titolo dell’opera dell’Autrice, che, dal 2018, si impegna pubblicamente perché le istituzioni intervengano attivamente per Mario e per i migliaia di malati nella sua condizione, per i quali la Legge Basaglia ha prodotto certo un cambiamento, ma che si è trattato di una vittoria di Pirro, poiché non sono seguite altre azioni politiche concrete.

La Legge Basaglia costituisce, in particolare, un punto focale nel testo, che non racconta le vicende di Mario, bensì la storia di Francesca, una prozia della scrittrice, rinchiusa per oltre vent’anni nell’Ospedale Psichiatrico di Vercelli, la cui descrizione ricorda le immagini dei campi di concentramento durante la Seconda guerra mondiale. 

Nel 1978 le sbarre furono aperte, ma per Francesca era troppo tardi, perché era già morta nel 1962, senza lasciare quasi nulla, poiché anche la carta d’identità, consegnata al momento dell’entrata nell’OPN, è andata perduta. 

La condanna all’oblio sarebbe stata totale, se non fosse rimasto il certificato di morte, ritrovato per caso dall’Autrice, che ha scelto di raccontare con la focalizzazione interna della protagonista stessa.

In modo vivo, talvolta anche crudo, i lettori penetrano nell’io di Francesca, nella sua schizofrenia, punita nel sadico tentativo di guarigione con l’elettroshock, le docce fredde e ogni genere di supplizio, tanto che il sonno stesso, indotto dai farmaci, rappresenta un’ora d’aria rispetto al dolore, alle sofferenze inferte a chi, parlando a un amico immaginario nella reclusione della malattia, vola sulle ali della libertà. 

Nella nebbia delle visioni imperanti di questo ospedale, che in realtà è un carcere con le finestre oscurate, per non turbare la quotidiana felicità di chi vive nelle vicinanze della struttura, Francesca, come nella canzone ‘Ti regalerò una rosa’ di Simone Cristicchi, spicca il volo, impiccandosi per ritrovare, nella prigionia, la libertà, poiché, alla stregua del Catone dantesco, vede nel suicidio l’unica via per avvicinarsi al cielo, lontano, ma anche così vicino, al di là delle sbarre.

La triste sorte di Francesca e delle migliaia di malati morti nei manicomi non può essere cambiata, ma è nostro dovere raccontare; in tal senso, Barbara Appiano, in modo lucido e critico, ci induce a riflettere sulla nostra idea di normale e sul pregiudizio, misto a paura, di fronte a chiunque non rientri nelle nostre categorie standardizzate. 

Così Francesca viene associata a Vincent Van Gogh, tanto malinconico quanto lieto, di modo che noi iniziamo a domandarci che cosa significhi la parola normalità e, soprattutto, fino a che punto siamo disposti a offrire sacrifici sull’altare di tale novella divinità, una dea laica, spesso ossimorica rispetto al Dio cristiano a cui è votato il nostro mondo occidentale.

Prof. Francisetti Brolin Sonia

 

 

 

 

 

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