Disabilità: intervista all’autore de “La Casa del Colonnello” (Rizzoli), per un paese senza barriere

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Intervista ad Alvise Lazzareschi, autore del libro “La Casa del Colonnello” che stupisce per il contenuto profondo di un senso della vita che non ti aspetti, e che aiuterà ad abbattere le barriere della disabilità di una nazione che ancora non ragiona in questi termini e che vede costretti e chiusi tra le mura di casa, coloro che non sono vittime della propria disabilità fisica, ma di una mancata volontà istituzionale ad impegnarsi affinché possano svolgere una vita compiendo azioni normalissime, proprio come “prendere un treno”…

Roma, 20 ottobre 2016 – Non ho mai accettato di fare interviste a due, dove fosse presente la moglie, il marito piuttosto che il compagno o la compagna. Ho sempre pensato che nello spazio “singolo” l’artista o il personaggio emergessero al meglio. Con Alvise Lazzareschi ed Emanuela Desanti tuttavia, non è stato così.

Li ho incontrati in un bar del centro dopo la tappa olbiese della presentazione – presso la Biblioteca Simpliciana – del libro “La Casa del Colonnello”, edito da Rizzoli e di cui una parte dei proventi – come dichiarato dallo stesso autore Alvise Lazzareschi – andranno alla Onlus #vorreiprendereiltreno, l’associazione divenuta famosa per lo straordinario impegno del suo fondatore Iacopo Melio, ed ho subito capito che sarebbe stata alchimia da intervista “in coppia”.

Ma andiamo con ordine, perchè con Alvise Lazzareschi non è affatto semplice stare al passo, tra la concretezza della vita da “cava” e le divagazioni o meglio, i guizzi di pensiero veloci da infanzia senza televisione, ma con un’opera lirica a sera, preceduta o succeduta dagli scacchi, mi sfugge via come “un’anguilla” ogni volta che tento di entrare oltre…la cava.

Io sapevo già che sarei finito in cava, probabilmente non ne sono mai uscito: la cava è sempre lì, perchè tuo padre torna a casa la sera e te la racconta”.

Dopo aver frequentato il liceo classico al passo della media da cinque e mezzo, sei meno-meno, Alvise Lazzareschi si iscrive alla facoltà di giurisprudenza, ma la morte del fratello lo riporta a casa: “Quando è morto mio fratello mi son buttato nel lavoro di cava, ho fatto tre figlie…”

Si, perchè “La Casa del Colonnello” non è soltanto un libro che parla della vita del cavatore, ma ha in sé contenuti universali, come il marmo: “Il marmo unisce, lo trovi ovunque, Cina, Egitto, Costa Azzurra, tu lo vendi ad un trasformatore, ad un commerciante e non sai dove va, non segui la filiera fino in fondo, poi vai in giro per il mondo e lo riconosci….”

Una storia per cui servirebbe un altro libro, iniziata nel 1513 quando “le lastre di marmo venivano caricate con i velieri attraverso l’atlantico” e proseguita attraverso metodi di lavorazione differenti, ma la costante di chi “ragiona a tonnellate, che non ha mezze misure, che vive con inquietante naturalezza situazioni di estremo pericolo”.

La cava è un destino”, ripete l’autore e quando gli chiedo se, potendo, trascorrerebbe le sue giornate in ufficio invece che in cava, lui mi risponde deciso e senza esitazioni:

No, non potrei,  perché ho bisogno di muovermi e poi già star seduto in ufficio…no, no”. Così scopro, parlandoci, che i primi sostenitori della sua passione legata alla scrittura, sono proprio gli operai: “Loro sono felicissimi che scriva, sono i miei primi sponsorizzatori, il giorno che ho firmato il contratto ho detto ai capi cava – tutti a casa dal lavoro – e quando sono tornato mi avevano preparato le bottiglie di spumante che hanno fatto sciabolare in aria appena entrato”.

E prosegue: “Ho sempre seguito la scuola di mio padre, quella di avere un rapporto amichevole”.

Da un padre che trascorreva in cava anche le domeniche ad una madre sempre protesa verso la ricerca del bello: “Io sono un curioso, mi piace scoprire cose nuove, non mi sento di dire che la mia infanzia è finita, non mi sento di dire basta”. Mentre risponde alle domande emerge un’irruenza bonaria dei modi, che Emanuela sembra conoscere bene:

I ruoli differenti ci sono e si mantengono: lui è accanto ai suoi uomini, li coinvolge, e la cosa mi ha colpito tanto”.

Lui, divorziato con tre figlie, lei, separata con due figlie, laureata in filosofia ed impegnata da sempre nel sociale, capitata da Milano a Marina di Massa per accompagnare un’amica, trovatasi per caso alla festa di Alvise, che di lei – quando le chiedo a quale figura femminile del libro si avvicini – riferisce con estrema naturalezza: “Lei? Lei è la donna della mia vita, perchè non ho verso di lei nessun complesso di superiorità. A lei non dico ti amo perché sarebbe come ammettere che siamo due cose diverse, invece no, siamo una cosa sola, non ho sangue mio, ho lo stesso sangue suo”, come da lui messo per iscritto in una dichiarazione finita in un lavoro letterario.

Eppure separati lo sono stati, dopo essersi conosciuti nel 2005, Emanuela lo lascia nel 2009 e torna a Milano, senza interrompere mai i rapporti: “Ci siamo sempre sentiti in quei cinque anni”, tempo che Alvise ancora sente come una perdita inutile, che ha affrontato buttandosi nell’unico modo che gli appartiene, il lavoro, la fatica, i progetti ed è così che nel 2010 fonda l’associazione dei “Non tesserati”, che organizza raccolte fondi per cause specifiche, nel 2012 scrive Il ritorno delle anguille” e tra il 2013 e il 2014 inizia a scrivere “La Casa del Colonnello”.

Ma Emanuela rientrerà nella sua vita, mentre Alvise Lazzareschi si trova ricoverato in ospedale: appena appresa la notizia, si mette in viaggio senza pensarci un attimo e stavolta lo fa per restare. Sostenitrice anche lei della sua attività letteraria, del romanzo ci dice che l’oggetto non è solo il lavoro “da cava”, ma dentro si trovano aspetti che riguardano l’amore cosmico, l’amore tra un uomo e una donna, l’amore per gli animali, l’amore inteso nella sua chiave universale”.

Un libro che stupisce, per il contenuto profondo di un senso della vita che non ti aspetti, e che aiuterà ad abbattere le barriere della disabilità di una nazione che ancora non ragiona in questi termini e che vede costretti e chiusi tra le mura di casa, coloro che non sono vittime della propria disabilità fisica, ma di una mancata volontà istituzionale ad impegnarsi affinchè possano svolgere una vita compiendo azioni normalissime, proprio come “prendere un treno”.

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Intervista allo scrittore Alvise Lazzareschi

 

Alvise Lazzareschi

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