Clima, “ma che cosa aspetta la politica italiana?”

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Presentata a Bruxelles la seconda parte del rapporto dell’IPCC.

“Che cosa aspetta la politica italiana a capire che il cambiamento climatico è uno dei principali problemi che abbiamo di fronte? Quanti altri rapporti dovranno essere presentati prima che i nostri leader si convincano delle necessità di serie politiche energetiche, che taglino drasticamente le emissioni e tutelino finalmente la salute e il futuro, anche economico, dei cittadini?”. Roberto Della Seta, presidente nazionale di Legambiente commenta così il grave allarme sulle conseguenze dell’effetto serro lanciato dal Comitato intergovernativo sui cambiamenti climatici che ha presentato questa mattina a Bruxelles la seconda parte del suo rapporto. Il gruppo di lavoro, che riunisce oltre 2500 scienziati di tutto il mondo, è giunto, infatti, a conclusioni inquietanti sulle conseguenze a breve termine del cambiamento climatico in atto causato dalle attività umane, tanto da suscitare le contestazioni dei delegati di numerosi Paesi e in particolare di Stati Uniti, Cina e Arabia Saudita, al punto di rinviare di qualche tempo la pubblicazione del rapporto.“Di fronte a questo scenario – continua il presidente di Legambiente – è giunto il momento che la politica italiana si associ a chi, da Blair a Cameron in Inghilterra, a Royal e Bayrou in Francia, a Obama e Schwarzenegger negli Usa, sembra aver capito l’importanza della scommessa sul clima. Non possiamo continuare a limitarci a recepire a fatica le decisioni comunitarie e internazionali, serve una politica energetica che, invece di rilanciare stupidamente il carbone, ne riduca il consumo insieme a quello del petrolio e al trasporto su gomma, potenziando di contro le fonti pulite, come il solare e l’eolico, il risparmio energetico e la ricerca sulle nuove tecnologie. Una strada sulla quale l’Italia è più in ritardo di quasi tutti i Paesi europei, sebbene ridurre i consumi di petrolio e carbone sia per noi, che importiamo gran parte dell’energia fossile, un interesse anche economico”. Da quando il Protocollo di Kyoto è stato firmato nel 1997, – ricorda Legambiente – le emissioni prodotte in Italia sono infatti considerevolmente aumentate, giungendo oramai a un più 12,2 per cento. L’Italia, che si è impegnata a ridurre le emissioni del 6,5% entro il 2012 rispetto ai livelli del 1990, si ritrova ora a più 18,6%. Eppure proprio il nostro Paese che si trova ai margini meridionali della zona temperata, è uno dei più colpiti dalla rottura degli equilibri climatici. Negli ultimi vent’anni le temperature medie in Italia sono cresciute di 0,4 °C al Nord e di 0,7 °C al Sud; s’insediano a ritmo crescente animali e piante tropicali che attaccano la nostra biodiversità, si intensificano alluvioni e siccità e compaiono le prime aree semi-desertiche. Si stima che negli ultimi vent’anni siano triplicati i fenomeni di inaridimento del suolo, legati alla cementificazione e all’eccessivo sfruttamento agricolo del suolo, al dissesto idrogeologico ma anche ai cambiamenti del clima: oggi oltre 10 milioni di ettari, pari ad un terzo del territorio nazionale, sono a rischio desertificazione. Le regioni più colpite sono la Sardegna, la Sicilia e la Puglia, dove oltre l’80% del territorio è interessato dal problema, ma la desertificazione non risparmia nemmeno le regioni del centro-nord: in Emilia Romagna quasi 700 mila ettari sono in pericolo (31% del totale). Il primo e più diretto danno sanitario prodotto dai mutamenti climatici è legato all’aumento della mortalità che si registra in occasione delle più acute ondate di calore. Nell’estate 2003, quando da luglio a settembre la temperatura ha superato di 4/5 gradi la media stagionale, in Italia si registrarono il 14,5% di decessi in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
Legambiente, 6 aprile 2007

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