“Rompiti una gamba!”, ovvero quando la traduzione automatica dimostra i suoi limiti rispetto alla traduzione “umana”

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Milano, 11 aprile 2019 – In una realtà sempre più globalizzata, dove la comunicazione detiene un ruolo fondamentale per la circolazione di persone e idee, la velocità nel trasferire i concetti tra lingue diverse è diventata di importanza imprescindibile. Digital innovation e Big data vengono in soccorso di tale esigenza con strumenti di tecnologia linguistica di grande vantaggio e usabilità, ma fino a che punto si può fare affidamento sulla traduzione automatica o sull’interprete “tascabile”?

Certo, se in vacanza a Marrakech ti sei perso e devi chiedere informazioni per raggiungere il tuo gruppo di amici che ti aspetta a Piazza Jemaa el Fna, a mal estremo è auspicabile che si attivi Google Translate per districarsi dalla situazione.

In altri casi, però, non è forse proprio questo lo strumento più efficace per affrontare un interlocutore straniero senza rischiare equivoci, incomprensioni e magari vere e proprie offese.

Se sei ad esempio a un pranzo di lavoro con un gruppo di clienti, non puoi permetterti che fraintendano un tuo “in bocca a lupo” (break a leg!) con una bella esortazione a romperti una gamba o pensino che stai per rivolgerti a un avvocato quando invece stai solo invocando un sostenitore (advocate).

Seppure l’ultima frontiera delle nuove tecnologie si sia spinta molto in avanti, garantendo traduzioni di qualità sempre migliore rispetto a quella degli anni passati, è evidente che esiste una soglia oltre la quale la traduzione automatica non potrà mai andare.

Stiamo parlando ad esempio del fattore umano e di tutto ciò che vi ruota intorno: per quanto innovativi possano essere, infatti, anche i migliori servizi online non potranno mai garantire quella purezza della lingua e quella sensibilità alle specificità sociali e comunicative che solo la persona, con il suo bagaglio culturale e la sua esperienza, può garantire.

Fra linguaggio e cultura esiste un rapporto molto stretto. Il linguaggio si fonda sui valori di un popolo, sulle sue tradizioni, sulla sua storia e imparare a parlare una lingua straniera significa imparare a usare le categorie mentali, le forme di pensiero e le espressioni caratteristiche della relativa cultura.

La comunicazione non è solo verbale, è anche fatta di prossemica, di gesti, di sguardi. Se si conversa seduti, ad esempio, occorre stare attenti a non mostrare la suola delle scarpe a un ospite musulmano o ad accavallare le gambe davanti a un rappresentante dell’Asia, perché è considerato un gesto offensivo.

Nei Paesi slavi fare ok con pollice e indice a cerchio è come una minaccia di aggressione alla persona di fronte.

Diventare custodi della purezza del linguaggio, delle sue radici e delle sue implicazioni culturali è una missione. Avere dedicato anni allo studio universitario, alla formazione specialistica o all’esperienza sul campo non sempre è sufficiente. Occorre avere una soglia di curiosità altissima e uno stimolo sempre vivo a “seguir virtute e conoscenza”, perché i popoli sono in continua evoluzione e così le loro culture e linguaggi.

Esistono da qualche anno sistemi di certificazione molto rigorosi che attestano se un Language Service Provider (LSP) è davvero un custode delle lingue per le quali eroga servizi di traduzione o interpretariato. Oltre alla tradizionale ISO9001, per la certificazione di Qualità, esistono infatti norme dedicate specificatamente ad assicurare che un centro di traduzioni sia in grado di scegliere i professionisti giusti e i flussi di lavoro completi per garantire una comunicazione fedele ed efficace.

Si tratta della ISO 17100:2015, dedicata ai servizi di traduzione, e della UNI 10574:2007, formulata per assicurare la precisione dei servizi di interpretariato.

Società come Landoor, ad esempio, nata nel 2017 dall’esperienza trentennale di Trans-Edit Group con una precisa specializzazione in ambito medico-scientifico, tecnico e Made in Italy, la scelta di conseguire la tripla certificazione è stata obbligata, oltreché quasi esclusiva. La criticità dei settori in cui opera richiede infatti il massimo rigore nel garantire traduzioni accurate ed efficaci, nel pieno rispetto dei contenuti e della purezza della lingua e delle sue meraviglie.

E la tecnologia? Può un centro di traduzioni farne a meno?  Oppure, dopo aver preso in carico un lavoro, ricorrerà a sua volta a quei sistemi facili ed economici che tanto aveva sconsigliato al suo committente?

La cosiddetta Language Technology è la risposta a tali quesiti: si parla di sistemi di gestione dei flussi (TMS), di traduzione assistita (CAT), di database terminologici (Termbase) o fraseologici (Translation Memory), di tool di controllo qualità automatici (QC), che danno un supporto insostituibile a traduttori, controllori di bozza e responsabili di progetto.

Questi strumenti professionali, usati con serietà e competenza, sono indispensabili per una società di traduzioni che si rispetti ma, se della tecnologia oggi non si può più fare a meno, è fondamentale che questa sia asservita alle persone e non viceversa.

Non esistono infatti scorciatoie ed è la sensibilità umana, insieme al bagaglio culturale e all’esperienza, a rendere possibile ogni forma di comunicazione.

 

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