OMS: Ecco perché gli uomini muoiono prima delle donne

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Le donne vivono più a lungo: leggenda metropolitana o realtà? Le risposte da una ricerca dell’OMS…

Roma, 18 aprile 2019 – Spesso si parla del fatto che le donne vivrebbero di più, e che ci sono più vedove che vedovi, ecc. La “leggenda metropolitana” sulla maggiore longevità va avanti, forse, da sempre, ed è difficile comprendere se abbia un fondo di verità oppure no. Quest’anno una ricerca dell’OMS, ovvero l’Organizzazione Mondiale della Sanità sembra avvalorare questa teoria ponendola su basi psicologiche oltre che meramente fisiche e comunque dandone lucide e ragionate motivazioni.

Secondo la World Health Statistics 2019 (WHO, 2019), infatti, per i nati nel 2019 l’aspettativa di vita è di 69,8 anni per i maschi e di 74,2 anni per le femmine, con uno scarto di 4,4 anni a favore delle donne.

Secondo l’OMS alla base di questa diseguaglianza non c’è una singola causa bensì ve ne sono diverse. Analizziamole nel dettaglio, per comprendere meglio i risultati di questa importante ricerca.

Donna al volante… attenzione costante?

Gli esperti del portale di psicologia PsicologiOnline.net ricordano che alla base della mortalità ci sono cause, ovviamente, fisiche ma ve ne sono anche di psicologiche che troppo spesso vengono sottovalutate se non ignorate. Anche la salute mentale, in questo senso, miete vittime più numerose di quanto possiamo pensare.

Un esempio: gli incidenti stradali sembrano essere più pericolosi per gli uomini, che vedono abbassarsi l’aspettativa di vita di circa 0,47 anni in più rispetto alle donne. Da cosa dipende questa maggiore frequenza di decessi maschili per incidenti automobilistici? Tra le cause prime viene indicato il fatto che nel settore degli autotrasporti sono impiegati quasi esclusivamente uomini. Anche se le donne stanno lentamente aumentando, per adesso il monopolio è strettamente nelle mani degli uomini. Altra causa è che a livello empirico è stata dimostrata la maggiore aggressività alla guida da parte degli uomini e anche una attenzione inferiore nei confronti dei rischi che comporta uno stile di guida non prudente.

Secondo un’analisi sulle cattive abitudini alla guida (Mouloua et al., 2007), gli uomini hanno più familiarità rispetto alle donne con la guida in stato di ubriachezza e sotto l’effetto di sostanze stupefacenti o psicotrope, entrambe causa di importanti alterazioni dello stato psichico. Sempre secondo questa ricerca, gli uomini sono più propensi ad utilizzare le luci della propria auto per spaventare gli altri automobilisti e hanno reazioni meno pronte agli incidenti; cioè uniscono ad una maggiore propensione a provocare incidenti una minore capacità di reagirvi.

Perché l’alcool miete più vittime maschili

Altra causa più significativa di quanto si possa pensare della mortalità maschile è legata al consumo di alcool ed alla conseguente cirrosi epatica che da esso deriva. Questa malattia invalidante e incurabile, infatti, che spesso pensiamo interessi solo persone ai limiti della società, è più diffusa di quanto il senso comune ritenga e causa una riduzione di vita maggiore negli uomini ed attestata circa a 0,27 anni. Sappiamo bene che la cirrosi epatica è una malattia squisitamente fisica ma le sue cause sono tutte nella sfera psicologica, ossia nel consumo di sostanze alcoliche. La differenza di genere nel consumo di alcolici è sensibile.

Negli Stati Uniti, dove il problema è molto diffuso, vi sono circa 16,1 milioni di persone affette da alcolismo. Tra queste vi è un rapporto di 2:1, con gli uomini assestati a 9,8 milioni contro i 5,3 delle donne. Una ricerca (Schulte et al., 2009) analizza le cause di questa differenza e le trova nel fatto che in molte culture la capacità di “reggere” l’alcool è intesa come sintomo di virilità e quindi spinge al massimo la sfida a se stessi. L’uso precoce di alcol, inoltre, più abituale nei maschi rispetto alle femmine, consente una maturazione ritardata di alcune aree cerebrali durante gli anni dello sviluppo e una conseguente minore capacità di rispondere fisicamente all’alcool. Questa maturazione ritardata causa anche una insufficiente valutazione dei problemi legati all’uso di alcolici da parte dei maschi.

La violenza è maschio?

Forse non la violenza in senso lato ma almeno quella fisica è certamente appannaggio della popolazione maschile più che di quella femminile. Se gli attacchi verbali, le rappresaglie, i ricatti ed i dispetti sembrano essere “armi” più femminili, quando si scende sul piano della fisicità il problema assume caratteristiche maschili. La violenza interpersonale causa una riduzione dell’aspettativa di vita di 0,21 anni per gli uomini rispetto alle donne.

Secondo il rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità gli uomini hanno probabilità quadruple di morire per omicidio rispetto alle donne. Circa un quinto degli omicidi viene commesso dal partner o da un familiare della vittima, che nella maggioranza dei casi è donna. Si tratta della piaga, tristemente nota, del femminicidio. La situazione cambia, però nei crimini di strada, dove è molto probabile che uomini uccidano altri uomini.

La violenza, quindi, sembra essere appannaggio prevalente degli uomini che, di conseguenza, ne sono anche le vittime più frequenti. In qualche modo è come se i contesti maschili fossero “naturalmente” più violenti. Secondo una ricerca (Sturmey and Copping, 2017) ciò potrebbe dipendere da livelli più elevati di aggressione fisica nei maschi che nelle femmine.

L’uomo è davvero più forte?

L’ultimo fattore analizzato dall’OMS è forse quello che provoca più stupore: l’autolesionismo. La teoria, infatti, sostiene che il maggior tasso di autolesionismo maschile rispetto a quello femminile abbia un ruolo considerevole nella minore attesa di vita degli uomini rispetto alle donne. Complessivamente il tasso di uomini morti suicidi è di 1,75 superiore rispetto a quello delle loro compagne.

Le donne hanno più frequenti pensieri suicidi e attuano più tentativi ma gli uomini sembrano più puntuali nel portare a termine tali pensieri. Questo dato, analizzato in più ricerche tra cui Canetto e Sakinofsky, 1998, viene definito “il paradosso del suicidio”. Le cause di tale paradosso sono difficili da analizzare, data l’estrema delicatezza della materia. Forse, alla base di tutto vi è il maggiore stress a cui sono sottoposti i ruoli maschili nella riuscita sociale, nel raggiungimento del benessere familiare, nel ricoprire ruoli di comando e di prestigio, etc. Gli standard richiesti, più alti che per le donne, porterebbero a delusioni e scoraggiamenti anche irreversibili. Tra le rigide regole imposte al “maschio”, poi, ci sono quella di non manifestare emozioni negative, rifiutare l’aiuto di psicologi e terapeuti in caso di depressione o pensieri suicidi e il ricorso all’automedicazione con alcoolici. Tutto ciò è esposto nella ricerca Möller-Leimkühler, 2003.

Saper chiedere aiuto è da forti, non da deboli

La ricerca stilata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, è stata licenziata in questo anno, il 2019, e quindi tutti i dati esposti sono recenti. Uno dei più rilevanti, tra tutti questi dati, è l’assoluta necessità mostrata da entrambi i sessi di usufruire di un’adeguata assistenza mentale e psicologica.

Tra le cause fisiologiche della minore attesa di vita da parte degli uomini vi sono le malattie cardiache, tumori polmonari ed altri disturbi fisici ma anche i disagi psicologici e mentali vanno ad aumentare la forbice tra età nella mortalità femminile e maschile. Poiché gli uomini generalmente faticano di più ad affidarsi a psicologi e psicoterapeuti, proprio perché legati a stereotipi sociali di virilità ed indipendenza, è forse su questo punto che bisognerebbe lavorare in modo più approfondito.

Dovremmo cercare di far comprendere alle persone che mostrare le proprie debolezze e richiedere aiuto non è di per sé una debolezza ma, anzi, una prova di forza morale. Se riuscissimo, a livello sociale, in questa difficile impresa, probabilmente i numeri di questa ricerca ne uscirebbero molto cambiati.

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