
Venezia, 17 settembre 2026 – A settembre Venezia torna a essere il centro internazionale del cinema. È in questo contesto che arriva la seconda edizione della m0stra STATIC CINEMA 2026 , che trasforma gli spazi di San Pietro – Cantieri del Contemporaneo in un luogo di confronto tra immagini fotografiche, cinema e arti visive. La mostra, curata da Danila Tkachenko e Slavica Veselinovi? e organizzata e prodotta da ART-ICON, si svolge dal 3 al 24 settembre, dandosi il cambio con la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.
Il progetto prende forma a partire da una condizione essenziale dell’immagine contemporanea: il rapporto tra movimento e immobilità. Il cinema è costruito attraverso una successione di istanti arrestati, mentre la fotografia, pur nella sua staticità, conserva sempre la possibilità di un prima e di un dopo. Tra queste due dimensioni si apre uno spazio intermedio nel quale l’immagine può sottrarsi alla semplice funzione di rappresentazione e acquisire una propria autonomia.
STATIC CINEMA si colloca precisamente in questo spazio. La mostra non propone una separazione tra fotografia e cinema, ma ne osserva le reciproche interferenze attraverso linguaggi differenti: fotografia documentaria e di strada, ritratto, staged photography, ricerca concettuale, immagini d’archivio, fotogrammi e proiezioni.
La selezione riunisce artisti affermati e nuove generazioni, mettendo in relazione epoche, geografie e sensibilità diverse. Tra le presenze più legate alla storia cinematografica veneziana c’è Graziano Arici, fotografo nato a Venezia, che per decenni ha documentato la vita culturale della città e la Mostra del Cinema. Il suo vastissimo archivio di ritratti restituisce una storia del cinema osservata da vicino, spesso al di fuori delle immagini ufficiali. In mostra, il ritratto di Claudia Cardinale diventa parte di questo racconto, nel quale memoria, documento e cultura cinematografica si incontrano.
Se Arici racconta il cinema attraverso la fotografia, Lars von Trier introduce direttamente il linguaggio cinematografico nello spazio della mostra. I fotogrammi estratti dai suoi film vengono presentati come immagini autonome, sottratte alla sequenza e al movimento. Isolato dal film, il singolo frame acquista una nuova forza visiva e diventa un’immagine da osservare indipendentemente dalla narrazione originaria.
Un rapporto particolare con il tempo emerge anche nel lavoro di Natalie Curtis, fotografa britannica e figlia di Ian Curtis, frontman dei Joy Division. La sua ricerca attraversa memoria ed esperienza personale. L’immagine presentata in mostra, realizzata nel 2015 al The White Hotel di Manchester, è identificata attraverso l’orario preciso 03:26 e il postcode M3 7LW. Il tempo e il luogo diventano così parte integrante dell’opera, trasformando un dato documentario in una traccia dell’esperienza vissuta.
La fotografia di Nick Zinner, fotografo e musicista statunitense, chitarrista dei Yeah Yeah Yeahs e musicista in tour con Iggy Pop, nasce invece dall’esperienza quotidiana della vita on the road. Concerti, città, persone, folle e momenti apparentemente marginali compongono una raccolta visiva intima, nella quale la dimensione documentaria si intreccia con quella della cultura musicale contemporanea.
Nelle immagini di Julia Fullerton-Batten, rappresentata da MC2 Gallery, la fotografia assume una dimensione apertamente narrativa e cinematografica. Realtà, memoria e finzione si sovrappongono all’interno di scene costruite e sospese, trasformando l’immagine fotografica in uno spazio narrativo aperto.
La dimensione intima attraversa anche la ricerca di Lindsay Elizabeth Warner, che presenta una selezione di opere tra ritratto, natura ed esperienza personale. La serie dedicata a Marilyn Manson, suo marito e principale musa, introduce un rapporto diretto tra identità, relazione e costruzione dell’immagine, in equilibrio tra fotografia privata e rappresentazione pubblica.
La presenza di Bernis von zur Muehlen, figura storica della fotografia americana, introduce invece una diversa stratificazione temporale. L’opera degli anni Settanta presentata in mostra mette in relazione una stagione fondamentale della fotografia americana con le pratiche contemporanee dell’immagine, creando un dialogo tra memoria storica e presente.
A completare il percorso sono le opere di Yung-Hsiang Chou, David Allan Brandt, Alexey Morosov, Brandi Divine, Rodrigo Palma, Megan Davis e ±Komma, che ampliano il confronto attraverso pratiche e sensibilità differenti.
In questa pluralità di linguaggi si definisce anche il ruolo di ART-ICON, piattaforma curatoriale fondata e diretta da Danila Tkachenko e Slavica Veselinovi?. Il progetto nasce dalla volontà di mettere in dialogo artisti affermati e nuove generazioni, attraversando fotografia, cinema, performance e arti visive contemporanee. La ricerca di ART-ICON si concentra sulle modalità attraverso cui le immagini vengono prodotte, percepite e condivise, costruendo connessioni tra linguaggi, generazioni e geografie differenti.
A Venezia, durante le settimane in cui il cinema torna protagonista internazionale, STATIC CINEMA propone dunque una riflessione sulla natura stessa dell’immagine. Un percorso nel quale il fotogramma può diventare fotografia, la fotografia può suggerire un film e il documento può assumere la forza della finzione.
È in questa zona di confine, tra immobilità e movimento, memoria e presente, realtà e costruzione narrativa, che la mostra trova la propria identità.
Per maggiori informazioni sull’evento visitare il sito di Art-Icon www.art-icon.org


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