
Affrontare senza pregiudizi uno dei grandi tabù ancora presenti nella nostra società, ivvero quello della sessualità dei disabili
Roma, 14 settembre 2026 – Ci sono domande che una società preferisce non farsi. Una persona con disabilità ha diritto a innamorarsi? A desiderare ed essere desiderata? Ad avere una relazione sessuale? A masturbarsi? Ad avere privacy anche se vive in una struttura residenziale o dipende da un caregiver? A essere aiutata, quando una limitazione motoria le impedisce di utilizzare autonomamente il proprio corpo? E, soprattutto: chi ha il diritto di decidere tutto questo?
Per troppo tempo abbiamo parlato delle persone con disabilità occupandoci della loro salute, dell’assistenza, della scuola, del lavoro, delle barriere architettoniche, ma molto meno del loro corpo, del piacere, dell’intimità e dell’amore, quasi che la disabilità potesse cancellare il desiderio.
Eppure, è proprio qui che probabilmente sopravvive una delle barriere più difficili da abbattere e che, in questo caso, non è quella costruita da un gradino, ma quella culturale che continua a rappresentare la persona con disabilità come un eterno bambino, un soggetto da proteggere, assistere e curare, ma difficilmente come un adulto sessuato, desiderante e desiderabile. La letteratura divulgativa e scientifica più recente insiste proprio sulla necessità di superare infantilizzazione e stigma, garantendo educazione, autonomia e privacy.
Ma cosa chiedono davvero le persone con disabilità?
Qui occorre evitare un altro errore, ovvero parlare per loro. Le testimonianze da noi raccolte negli anni mostrano posizioni diverse sull’assistente sessuale, sull’OEAS – Operatore all’Emotività, all’Affettività e alla Sessualità e sul ricorso a prestazioni professionali.
Ma su alcuni punti la convergenza è molto più forte: poter avere privacy, conoscere il proprio corpo, ricevere un’educazione sessuale accessibile, incontrare persone, innamorarsi, vivere relazioni ed essere riconosciuti come uomini e donne adulti.
Uno studio italiano pubblicato nel 2016 da Giorgia Gammino, Elena Faccio e Sabrina Cipolletta su Sexuality and Disability ha intervistato 12 persone con disabilità fisica congenita e 10 aspiranti assistenti sessuali. Le persone con disabilità consideravano l’assistenza sessuale potenzialmente utile, ma preferivano che i propri bisogni trovassero risposta all’interno di una relazione sentimentale. Gli autori concludono che l’assistenza sessuale può rappresentare una parte della risposta, non la risposta complessiva.
Nel materiale ricercato e analizzato da HRM emerge un dato particolarmente significativo: undici delle dodici persone intervistate erano favorevoli alla possibilità di legalizzare l’assistenza sessuale, ma nessuna, in quel momento, dichiarava di volerla utilizzare personalmente, preferendo una relazione sentimentale. È un piccolo campione e non può rappresentare statisticamente tutte le persone con disabilità italiane, ma pone una questione enorme. Essere favorevoli alla libertà di scelta non significa necessariamente desiderare per sé una prestazione e forse una delle frasi più efficaci emerse dalle testimonianze raccolte sintetizza tutto: «Io non cerco l’atto sessuale in sé, ma l’incontro».
Per altre persone, naturalmente, anche il bisogno fisico di contatto e piacere è concreto e importante e negarlo sarebbe soltanto un’altra forma di paternalismo e la sfida, quindi, non consiste nello stabilire dall’esterno quale debba essere la “giusta sessualità” delle persone con disabilità, ma consiste nel creare le condizioni perché possano, per quanto possibile, sceglierla.
Cosa dice la legge italiana
Dal punto di vista giuridico esiste un principio fermo. Già nel 1987 la Corte costituzionale, con la sentenza n. 561, ha riconosciuto la libertà sessuale come uno degli essenziali modi di espressione della persona umana e come diritto inviolabile tutelato dall’articolo 2 della Costituzione.
Anche la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità tutela la privacy, l’autonomia, le relazioni familiari e l’accesso, su base di uguaglianza, alla salute sessuale e riproduttiva, richiamando espressamente il consenso libero e informato.
Occorre, però, distinguere due concetti che vengono spesso sovrapposti: il diritto alla libertà e all’autodeterminazione sessuale non equivale a un diritto alla disponibilità sessuale del corpo di un’altra persona. La stessa Corte costituzionale, nella sentenza n. 141/2019 sulla prostituzione, ha affrontato la delicata relazione tra autodeterminazione, prestazioni sessuali a pagamento, dignità e tutela delle persone vulnerabili.
Ed è esattamente su questo confine che si colloca il dibattito sull’assistente sessuale. Nel 2014 il DDL Senato n. 1442, primo firmatario Sergio Lo Giudice, propose di disciplinare la sessualità assistita delle persone con disabilità, prevedendo formazione e accreditamento degli assistenti. Il progetto fu assegnato alla Commissione competente, ma il suo esame non iniziò mai e non diventò legge.
Oggi, però, il tema è tornato in Parlamento. Il DDL S.1740 della XIX Legislatura, di iniziativa popolare, presentato il 9 dicembre 2025, contiene un intero articolo dedicato all’“assistenza all’emotività, all’affettività e alla sessualità per persone con disabilità” e propone l’istituzione dell’OEAS – Operatore all’Emotività, all’Affettività e alla Sessualità. Alla data del 10 settembre 2026 il disegno di legge risulta assegnato alla Commissione Affari sociali e Sanità del Senato, ma l’esame non è ancora iniziato. Il dibattito italiano, dunque, è tutt’altro che chiuso.
E nel resto del mondo?
Non esiste un unico “modello europeo”. Una recente analisi scientifica pubblicata nel 2026 evidenzia che nessun Paese europeo ha finora costruito una disciplina nazionale autonoma e organica dell’assistenza sessuale come professione separata. Nei Paesi nei quali i servizi sessuali sono legalmente regolati, come Paesi Bassi, Germania e Svizzera, forme di assistenza sessuale possono trovare uno spazio operativo con differenti livelli di regolazione. In altri ordinamenti il quadro resta più ambiguo; nei sistemi che criminalizzano l’acquisto di servizi sessuali, come Francia e Svezia, l’accesso è molto più problematico.
Esistono però modelli interessanti che spostano l’attenzione dal semplice “servizio sessuale” al sostegno alla persona.
In Danimarca, ad esempio, nel 2026 l’autorità nazionale per i servizi sociali ha pubblicato una nuova guida destinata agli operatori delle strutture per adulti con disabilità intellettiva. Sessualità, consenso, confini, privacy, educazione e bisogni della persona vengono trattati come questioni professionali da affrontare con la stessa serietà degli altri aspetti del benessere e della salute.
In Australia, invece, opera da oltre venticinque anni Touching Base, organizzazione che mette in relazione persone con disabilità e sex worker formati e sensibili alle loro esigenze. Anche lì, tuttavia, il tema rimane politicamente controverso: dall’ottobre 2024 il sistema pubblico NDIS non finanzia più i servizi sessuali, decisione tuttora contestata da organizzazioni di persone con disabilità.
La lezione che arriva dall’estero sembra quindi essere una: non esiste una soluzione semplice perché non esiste un unico bisogno.
Sessualità e riabilitazione: una frontiera ancora poco esplorata
C’è poi una domanda che riguarda direttamente il mondo sanitario e riabilitativo. Se la riabilitazione si occupa dell’autonomia della persona nelle attività della vita quotidiana, perché la sessualità dovrebbe scomparire dalla valutazione?
Una persona può aver recuperato la capacità di mangiare, vestirsi, trasferirsi dal letto alla carrozzina o utilizzare uno smartphone e continuare, allo stesso tempo, a non essere in grado di esplorare autonomamente il proprio corpo a causa di una tetraplegia, di una malattia neuromuscolare o di una grave limitazione degli arti superiori. È davvero un problema estraneo alla riabilitazione?
Proprio da questa domanda nasce una delle esperienze italiane più interessanti, Piacere per Tutti ODV, fondata nel 2022 dopo un progetto avviato l’anno precedente sull’accessibilità dei sex toys. L’associazione, presieduta da Serena Grasso, ha sviluppato iniziative che integrano consulenza sessuologica, dispositivi smart e impugnature personalizzate dalla terapia occupazionale per consentire alle persone con limitazioni motorie di conoscere il proprio corpo e utilizzare alcuni dispositivi in maggiore autonomia. È un cambio di prospettiva notevole.
Non chiedersi soltanto: “Chi può aiutare sessualmente questa persona?”, ma anche: “Quale tecnologia può permettere a questa persona di farlo autonomamente?”
Sex toys adattati, supporti posturali, controllo vocale, domotica, robotica e in futuro sistemi basati sull’intelligenza artificiale possono aprire scenari interessanti, ma anche la tecnologia pone interrogativi: può aumentare l’autonomia oppure, se usata come sostituto permanente dell’incontro con l’altro, può accrescere l’isolamento? Ancora una volta, la tecnologia deve essere uno strumento di libertà, non una nuova forma di segregazione.
Il nodo più difficile: quando il consenso non è semplice
Tutto diventa ancora più delicato in presenza di una disabilità intellettiva significativa. Chi esprime il bisogno? La persona o il familiare? Quanto comprende la natura dell’esperienza? È in grado di esprimere un consenso valido? Comprende la differenza tra una relazione professionale e una relazione affettiva? Può sviluppare un attaccamento che poi non riesce a elaborare? Sono interrogativi che nessuna futura legge potrà permettersi di ignorare.
Proteggere non può significare reprimere automaticamente il desiderio, ma autodeterminazione non può neppure diventare una parola utilizzata per trascurare vulnerabilità, capacità di consenso e rischio di abuso. Per questo famiglie e caregiver hanno bisogno di formazione e supporto. Anche loro vivono spesso un conflitto difficilissimo: proteggere o facilitare?
Dopo aver analizzato studi, norme, testimonianze e differenti modelli internazionali, la domanda “le persone con disabilità hanno diritto al sesso?” appare quasi sbagliata, perché potrebbe essere un’altra:
Perché una persona adulta con disabilità dovrebbe avere meno possibilità degli altri di essere desiderata, conoscere qualcuno, innamorarsi, avere una stanza nella quale chiudere una porta, vivere il proprio corpo e scegliere liberamente la propria intimità?
L’assistente sessuale può essere una delle risposte possibili per alcune persone, ma per altre potrebbe non esserlo affatto. Prima vengono l’educazione affettivo-sessuale, la privacy, l’accessibilità, la socializzazione, la formazione di professionisti e caregiver, la consulenza sessuologica, le tecnologie assistive e la possibilità concreta di costruire relazioni e solo dopo viene la discussione su eventuali prestazioni professionali. Ed è precisamente questa gerarchia di bisogni che emerge con maggiore forza dalle testimonianze analizzate, perché inclusione non significa decidere al posto di qualcuno che cosa debba desiderare, ma metterlo nelle condizioni di poter scegliere.
A cena con Serena Grasso: le domande di HRM a “Piacere per Tutti”
È partendo da queste riflessioni che Giacomo Francesco Forte e Serena Filoni di Health Rehabilitation Management S.r.l., (www.hrm.srl) hanno voluto incontrare a Lecce, una bella sera di fine estate, Serena Grasso, presidente dell’Organizzazione di Volontariato Piacere per Tutti (www.piacerepertutti.it).
Abbiamo scelto di parlarne durante una cena, fuori dalla rigidità di un convegno o di uno studio televisivo. Perché forse di sessualità, disabilità, desiderio e amore abbiamo bisogno di imparare a parlare anche così: con competenza, ma con naturalezza. A Serena Grasso abbiamo rivolto domande volutamente dirette.
HRM
Serena, chi è Serena Grasso, qual è la sua visione, quali sono i suoi sogni e che cos’è oggi Piacere per Tutti?
Serena Grasso:
Serena Grasso è una ragazza leccese di 36 anni, laureata in Scienze Politiche e in Scienze e Tecniche Psicologiche, e prossima studentessa della laurea magistrale in Psicologia. Il mio sogno è diventare psicologa. Ho una disabilità dalla nascita dovuta a una cerebrolesione, nello specifico una paralisi cerebrale. Sono inoltre fondatrice di Piacere per Tutti, un’associazione che si occupa di promuovere il benessere sessuale e relazionale dei giovani, con particolare attenzione ai giovani con disabilità.
HRM
Dalla vostra esperienza con le persone con disabilità, qual è il bisogno che emerge maggiormente quando si parla di sessualità: avere un rapporto sessuale, conoscere il proprio corpo, essere autonomi oppure, soprattutto, poter essere desiderati, innamorarsi e costruire una relazione?
Serena Grasso:
In realtà dipende molto dalla persona, perché le richieste che arrivano alla nostra associazione sono molto diverse. Si va dal desiderio di conoscere meglio il proprio corpo alla richiesta di poter avere un rapporto sessuale, anche con una donna a pagamento (richiesta che naturalmente noi non possiamo soddisfare) fino al bisogno di creare occasioni di incontro, socialità e relazione.
Sicuramente emerge il desiderio di sentirsi desiderati, innamorarsi e costruire una relazione; quindi, di potersi vedere in una dimensione affettiva e relazionale del tutto normale, che troppo spesso alle persone con disabilità viene negata o non viene neppure immaginata.
Dall’altra parte c’è anche un bisogno molto concreto di conoscere il proprio corpo e poter vivere il piacere con maggiore autonomia. Quando abbiamo iniziato nel 2022, per mia precisa volontà ho voluto concentrarmi su qualcosa che fosse inclusivo. Da una ricerca che avevamo consultato all’epoca risultava che circa l’80% degli italiani utilizzava sex toys e mi sono chiesta: perché non dovrebbe poterlo fare anche una persona con disabilità?
Si fa presto a scherzare dicendo “Federica, la mano amica”, ma se “Federica” non funziona o non può essere utilizzata autonomamente, quella che per altri è una possibilità scontata diventa una difficoltà. E la difficoltà può essere anche trovare un sex toy che la persona riesca concretamente ad afferrare, azionare e utilizzare.
Per questo una delle prime attività di Piacere per Tutti è stata la donazione di sex toys con impugnature personalizzate e adattate. Oggi esistono anche dispositivi che possono essere attivati attraverso lo smartphone e noi siamo riusciti persino a collegarne alcuni agli switch che alcune persone con disabilità utilizzano già nella vita quotidiana, per esempio per controllare il computer.
Successivamente ci siamo dedicati anche all’esperienza del massaggio, che non è un’esperienza sessuale e non prevede contatti genitali, ma è un’esperienza sensoriale e di consapevolezza corporea. Per noi ha un significato importante: permettere alla persona con disabilità di vivere il proprio corpo non soltanto come oggetto di cura, ma come soggetto attivo nella cura, nella conoscenza e nella scoperta del proprio corpo.
HRM
Ritieni che oggi in Italia la sessualità della persona con disabilità sia realmente riconosciuta come componente della qualità della vita e dell’autodeterminazione, oppure continuiamo, anche nei servizi sanitari e sociosanitari, a considerarla implicitamente una persona “asessuata”?
Serena Grasso:
Purtroppo, secondo me, ancora no. La persona con disabilità viene spesso considerata, più o meno implicitamente, come una persona asessuata. O forse sarebbe più corretto dire che sappiamo che ha una sessualità, ma tendiamo a considerarla una sessualità “diversa”: qualcosa da gestire, un problema da risolvere e, a volte, quasi da eliminare.
Credo che non si debba medicalizzare la sessualità, perché è qualcosa di profondamente soggettivo. Allo stesso tempo, però, dovremmo riuscire a normalizzarla, considerandola con la stessa naturalezza con cui affrontiamo le altre sfere della vita quotidiana.
Durante una presa in carico riabilitativa chiediamo a una persona se è autonoma nel lavarsi, nel vestirsi, nell’andare in bagno, se ha il controllo sfinterico. Perché non porre, con la stessa naturalezza e nel rispetto della persona, anche una domanda sulla sessualità?
Questo non significa presumere che tutti abbiano necessariamente un desiderio sessuale. Esistono persone che non lo hanno, con o senza disabilità, e va rispettato anche questo. Ma quando il desiderio c’è, dovremmo chiederci come permettere alla persona di viverlo nel modo più autonomo e consapevole possibile.
Io sono nata con una disabilità e per me si è trattato anche di scoprire progressivamente il mio corpo e la mia sessualità. Ma pensiamo a chi acquisisce una disabilità in seguito a un incidente, a un ictus o ad altri eventi: sono persone che prima avevano una vita sessuale e/o affettiva. Perché quella parte della loro vita dovrebbe improvvisamente scomparire?
E allora faccio una domanda molto semplice: hai mai immaginato la tua vita senza relazioni, senza contatto, senza intimità e senza il piacere del sesso? Se la risposta è no, perché dovrebbe essere diverso per una persona con disabilità?
E, facendo gli scongiuri, se domani fossi tu ad acquisire una disabilità, smetteresti improvvisamente di avere desideri, cercare relazioni, intimità e piacere? Probabilmente no.
HRM
Piacere per Tutti sostiene che la sessualità dovrebbe entrare anche nella valutazione delle attività della vita quotidiana. Significa che fisiatri, terapisti occupazionali, psicologi e professionisti della riabilitazione dovrebbero occuparsi anche dell’autonomia sessuale? E fino a dove dovrebbe arrivare il loro intervento?
Serena Grasso:
Come dicevo prima, dovrebbe entrare nella valutazione delle attività della vita quotidiana perché è una componente della qualità della vita. Già Maslow collocava la sessualità tra i bisogni fisiologici e la dimensione affettiva e relazionale nei bisogni di appartenenza e socializzazione.
Un primo ambito dovrebbe sicuramente essere quello dell’educazione sessuale. Viviamo in un Paese nel quale già l’educazione sessuale per le persone senza una disabilità dichiarata è carente, figuriamoci per le persone con disabilità.
E non dobbiamo dimenticare che disabilità è un termine ombrello. Alcune persone possono avere maggiori difficoltà nell’accedere alle informazioni a cui accedono i loro coetanei, anche banalmente attraverso quel confronto tra pari che spesso viene a mancare.
Da dove partire? Secondo me da una domanda semplicissima: vuoi approfondire questo aspetto della tua vita? Che cosa vorresti?
Da lì il professionista può informare, educare, orientare e cercare insieme alla persona le soluzioni disponibili. Non significa che debba intervenire sessualmente sul suo corpo, ma che possa aiutarla a capire quali possibilità esistono.
Si può andare dal supporto psicosessuologico, per esempio quando c’è un’ansia legata alla sessualità, fino al lavoro del terapista occupazionale sull’autonomia concreta: una camicia adattata con il velcro al posto dei bottoni, che magari permette anche di sentirsi più sexy; un sex toy adattato; oppure l’invio a un andrologo o a un altro professionista sanitario quando c’è una problematica di competenza medica.
Questo è ciò che, secondo me, oggi possiamo concretamente fare in Italia. Poi questo non significa che non si possa migliorare.
HRM
Saresti favorevole a una legge nazionale che riconosca espressamente affettività, sessualità, privacy e autodeterminazione delle persone con disabilità? Quali garanzie dovrebbe contenere, soprattutto quando una disabilità intellettiva rende più complesso il tema del consenso?
Serena Grasso:
Sicuramente sarei favorevole. Credo che una legge di questo tipo dovrebbe partire da un principio fondamentale: riconoscere la persona con disabilità come persona adulta, titolare del diritto all’autodeterminazione, alla privacy e alla propria vita affettiva e sessuale, senza trasformare la sessualità né in un problema da gestire né in qualcosa che qualcun altro debba decidere al suo posto.
Quando parliamo di “diritto alla sessualità”, però, dobbiamo essere chiari: non significa avere diritto al corpo o alla disponibilità sessuale di un’altra persona. Significa avere diritto a ricevere informazioni accessibili, conoscere il proprio corpo, essere educati alla sessualità e al consenso, avere privacy e, quando necessario, poter accedere a strumenti, supporti e tecnologie che consentano di esprimere e vivere la propria sessualità con il maggior grado di autonomia possibile.
Ma significa anche poter vivere liberamente una relazione affettiva e/o sessuale con una persona che si desidera e che, naturalmente, ci desidera a sua volta, senza che la disabilità diventi motivo di tabù, pregiudizio o infantilizzazione.
Una legge dovrebbe prevedere educazione sessuale realmente accessibile, formazione per familiari e professionisti, tutela della privacy anche nelle strutture residenziali e riabilitative e accesso a tecnologie, ausili e altri supporti.
Quando è presente una disabilità intellettiva il tema diventa certamente più delicato, ma la risposta non può essere semplicemente negare o reprimere la sessualità. Bisogna mettere la persona nelle condizioni di comprendere, per quanto possibile, quello che sta vivendo e di esprimere la propria volontà. Servono educazione al consenso, informazioni comprensibili, strumenti di comunicazione accessibili e professionisti formati.
Naturalmente devono esserci garanzie molto forti contro qualsiasi forma di abuso, coercizione o sfruttamento. Ed è proprio per questo che credo sia importante parlare di sessualità: il silenzio non protegge necessariamente le persone più vulnerabili.
HRM
Qual è la tua posizione sull’assistente sessuale e sull’OEAS? Può aumentare realmente l’autonomia oppure rischia di trasformare un bisogno di relazione e intimità in una prestazione professionale a pagamento? Dove collochi il confine rispetto alla prostituzione?
Serena Grasso:
Io parto da un principio: meglio una possibilità in più che una possibilità in meno, purché sia la persona con disabilità a poter scegliere liberamente se usufruirne oppure no.
Detto questo, credo sia necessario distinguere l’OEAS dall’assistenza sessuale così come viene intesa in altri Paesi. L’OEAS non può intervenire sessualmente sul corpo della persona con disabilità. Può sicuramente rappresentare un supporto sul piano dell’emotività, dell’affettività e dell’educazione sessuale, ma mi chiedo anche che cosa aggiunga rispetto a figure professionali che già esistono e che, con un’adeguata formazione, possono lavorare in questi ambiti: penso allo psicologo, allo psicologo sessuologo o al terapista occupazionale.
Credo che la parte relativa all’educazione sessuale, all’emotività e all’affettività sia necessaria. Ma esistono anche persone che desiderano un’esperienza sessuale concreta. Non bisogna generalizzare: non tutte le persone con disabilità hanno gli stessi desideri o le stesse esigenze. Però per chi questa esigenza ce l’ha bisogna anche interrogarsi su quali possibilità concrete possano esistere. E qui, secondo me, deve intervenire il legislatore.
C’è poi un problema di accessibilità. Anche se una persona volesse rivolgersi a una sex worker, alcune persone con disabilità potrebbero non essere fisicamente in grado di cercarla, contattarla, organizzare l’incontro o raggiungerla senza l’aiuto di qualcuno.
E allora la domanda è: chi le aiuta? Un genitore? Un caregiver? Un assistente personale? E quali responsabilità si assume quella persona nel facilitare il contatto? Non possiamo parlare di libertà di scelta senza affrontare anche questi aspetti concreti.
Riconosco comunque a Max Ulivieri e all’associazione che ha portato avanti il progetto OEAS un merito importante: aver iniziato, ormai più di dieci anni fa, a porre pubblicamente l’attenzione su un bisogno che per troppo tempo era rimasto invisibile.
HRM
La vostra esperienza con sex toys adattati e impugnature personalizzate mostra che la tecnologia può restituire autonomia. Quanto è importante spostare la domanda da “chi può aiutare sessualmente questa persona?” a “quale tecnologia può permetterle di vivere autonomamente il proprio corpo e il proprio piacere?”
Serena Grasso:
Credo di avere una posizione molto inclusiva e libera su questo argomento. Non penso che una persona con disabilità debba necessariamente ricorrere all’aiuto di un’altra persona o tecnologia per vivere la propria sessualità. Allo stesso tempo, però, esistono persone che, per le proprie condizioni, hanno concretamente bisogno dell’aiuto per poter vivere ed esprimere la propria sessualità, e questa esigenza non può essere ignorata.
Per me le due possibilità devono andare di pari passo: la tecnologia non sostituisce l’essere umano e l’essere umano non sostituisce la tecnologia.
I sex toys adattati ne sono un esempio. Oggi esistono dispositivi controllabili attraverso uno smartphone e sicuramente possiamo immaginare e sviluppare molte altre soluzioni tecnologiche.
Non credo quindi che dobbiamo scegliere tra tecnologia e componente umana. Per chi lo desidera, possono essere integrate. Non parlerei di sostituzione, ma di integrazione: più possibilità mettiamo a disposizione, più la persona può scegliere come vivere il proprio corpo, il proprio piacere e la propria sessualità.
HRM
Bambole realistiche, robotica, sensori e intelligenza artificiale potrebbero in futuro diventare vere tecnologie assistive per alcune persone con disabilità motoria oppure rischiano di aumentare l’isolamento e sostituire la ricerca di relazioni reali?
Serena Grasso:
È una domanda molto interessante, innovativa e, se vogliamo, anche avanguardistica. Credo che, come per ogni tecnologia, dipenda molto dall’uso che se ne fa. Pensiamo ai social: sono nati anche per aumentare le possibilità di comunicazione e socializzazione e allo stesso tempo, in alcuni casi, possono contribuire all’isolamento.
Personalmente vedrei bambole realistiche e robot sessuali accessibili come un’opportunità in più. Meglio che una possibilità esista e poi sia la persona a scegliere se utilizzarla oppure no.
Potrebbero essere una soluzione anche per chi, per ragioni personali, etiche o religiose, non vuole rivolgersi a una sex worker. Ma penso soprattutto a chi vorrebbe vivere un’esperienza sessuale e dipende completamente da un caregiver che non è disponibile ad aiutarlo a renderla possibile.
Disabilità è un termine ombrello. Pensiamo a una persona completamente dipendente da qualcun altro dal punto di vista fisico, ma perfettamente capace di pensare, desiderare e scegliere. Se quella persona desidera un’esperienza sessuale ma non trova nessuno disposto ad aiutarla concretamente ad accedervi, rischia che quel desiderio rimanga inesplorato per tutta la vita, non per una sua scelta, ma per una condizione di dipendenza.
Vista così, una tecnologia di questo tipo potrebbe rappresentare un arricchimento delle possibilità e, se progettata sulle esigenze delle persone con disabilità, anche una vera tecnologia assistiva applicata alla sessualità.
Può aumentare l’isolamento? Sicuramente il rischio esiste. Ma non credo che la soluzione sia eliminare la possibilità. Si può lavorare sulla consapevolezza, anche attraverso il supporto di psicologi -sessuologi, perché venga utilizzata come una possibilità in più e non necessariamente come un sostituto delle relazioni umane.
HRM
Quando una persona dipende fisicamente da un genitore o da un caregiver anche per predisporre un ausilio, posizionarlo o garantirle la privacy, dove deve fermarsi l’assistenza? Come aiutare senza portare il caregiver dentro il momento più intimo della vita della persona?
Serena Grasso:
Credo che dipenda anche da chi è il caregiver. Se parliamo di una figura professionale esterna alla famiglia, come un OSS o un assistente personale, penso che possa occuparsi degli aspetti pratici legati alla preparazione, al posizionamento e all’igiene, naturalmente nel rispetto delle proprie competenze e della volontà della persona.
Faccio sempre un esempio molto diretto: gli operatori assistono quotidianamente le persone nella gestione di fluidi corporei come urina, feci o vomito. Perché dovremmo considerare completamente diversi altri fluidi corporei, come lo sperma o la lubrificazione?
Questo non significa che l’operatore debba masturbare materialmente la persona o partecipare all’atto sessuale. Significa però che, se una persona utilizza una tecnologia – un sex toy, una bambola o un altro ausilio – e ha bisogno di qualcuno che l’aiuti a prepararla, posizionarla o successivamente a lavarsi e pulire ciò che è stato utilizzato, non vedo perché questa assistenza debba essere esclusa a priori.
Poi, mentre la persona vive la propria intimità, deve poter stare da sola.
Per me il confine è questo: aiutare la persona a rendere possibile l’esperienza senza diventare parte dell’esperienza stessa.
HRM
Se l’obiettivo è l’inclusione, creare una figura professionale specificamente destinata alla sessualità delle persone con disabilità non rischia paradossalmente di creare una nuova forma di segregazione?
Serena Grasso:
Più che di segregazione parlerei del rischio di creare un nuovo stereotipo sulla sessualità delle persone con disabilità.
Nei Paesi in cui il sex work è legalmente regolamentato, esiste per tutti. Poi naturalmente una persona con disabilità può avere bisogno di un professionista con una formazione e competenze specifiche. Ma creare una figura esclusivamente destinata alle persone con disabilità rischia ancora una volta di trasmettere l’idea che la nostra sessualità sia qualcosa di diverso, da vivere in un mondo separato.
È un principio che cerchiamo di applicare anche con Piacere per Tutti. Penso, per esempio, a Un caffè con la sessuologa, un percorso di educazione sessuale al quale hanno partecipato giovani con e senza disabilità. Se lo avessimo presentato come un corso esclusivamente per persone con disabilità, probabilmente ci saremmo ritrovati ancora una volta soltanto tra persone con disabilità.
Ma allora dov’è l’inclusione? Se continuiamo a creare servizi, percorsi ed esperienze separati, rischiamo di continuare a essere un mondo a parte invece che una parte del mondo.
Questo non significa negare che servano competenze, adattamenti o tecnologie specifiche. Personalizzare in base ai bisogni della persona è necessario; creare a priori qualcosa esclusivamente per una categoria è un’altra cosa. E, secondo me, è molto distante dal concetto di inclusione.
HRM
Infine, se potessi cambiare oggi una sola cosa in Italia per migliorare realmente la vita affettiva e sessuale delle persone con disabilità, cosa sceglieresti: una nuova legge, una diversa cultura sociale, maggiore formazione degli operatori, tecnologie più accessibili oppure più occasioni per incontrarsi, innamorarsi e costruire relazioni?
Serena Grasso:
Se potessi cambiare una sola cosa, sceglierei sicuramente la cultura sociale.
Perché credo che da lì parta tutto il resto. Possiamo avere nuove leggi, formare meglio gli operatori, sviluppare tecnologie accessibili e creare maggiori occasioni di incontro, ma se continuiamo a guardare la persona con disabilità come qualcuno che ha una sessualità “diversa”, da gestire, da proteggere o da ignorare, continueremo ad avere lo stesso problema.
Vorrei che diventasse normale vedere una persona con disabilità che desidera ed è desiderata, si innamora, ha una relazione, vive la propria sessualità oppure sceglie di non viverla. Senza stupore, senza pietismo e senza pregiudizi.
Se cambia la cultura, secondo me, diventa più facile cambiare anche tutto il resto.
Forse è proprio quest’ultima domanda quella che dovremmo iniziare a rivolgere non soltanto agli esperti, alle famiglie o alla politica, ma innanzitutto alle persone con disabilità.
Perché il principio dovrebbe essere semplice: nulla che riguardi la loro vita, il loro corpo, i loro desideri e la loro intimità dovrebbe essere deciso senza di loro e forse la vera rivoluzione inizierà il giorno in cui smetteremo di domandarci se una persona con disabilità possa essere amata e cominceremo a considerare del tutto normale che possa amare, desiderare ed essere desiderata.
Grazie Serena, grazie per il tuo impegno e di quello di tutti coloro che partecipano con te a questa mission non impossible.