C’ERANO UNA VOLTA, NEL BEL MEZZO DELL’OCEANO, DUE ISOLE …

It’s 6 o’clock, it’s time to wake up! Ed anche di prepararsi velocemente, alle 8 dobbiamo uscire: ci aspetta la gita ad Alcatraz, isola sede della omonima e celeberrima prigione.Per raggiungere il punto di ritrovo abbiamo dovuto camminare per qualche minuto lungo il porto, fino al Pier 34, e, dato che eravamo in leggero anticipo, siamo riusciti a partire alle 9 invece che alle 9.30.
Alcatraz significa “uccello marino” e deve il suo nome alla quantità di esemplari di questo animale; è, inoltre, soprannominata The Rock, la roccia, dalla conformazione rocciosa dell’isola. Essa si trova nella Baia di San Francisco, a circa 20 minuti dalla terraferma. Giunti sull’isola, abbiamo dovuto percorrere il tratto di strada dalla spiaggia all’edificio carcerario a piedi.
Ad eccezione degli anni tra il 1850 e 1933, durante i quali l’isola ebbe unicamente funzioni militari, Alcatraz “The Rock” è sempre stata sede carceraria, prima militare, poi, dal 1934, civile – più precisamente, un carcere federale di massima sicurezza. Fino al 1964, anno della chiusura a causa degli ingenti costi, la prigione ha ospitato diversi detenuti, alcuni dei quali hanno anche tentato la fuga – è rimasta celebre quella di Frank Morris ed i fratelli John e Clarence Anglin, gli unici che riuscirono realmente ad evadere e non furono mai trovati; l’unica traccia del loro passaggio che, ancora oggi, esiste è la presenza di tre teste di cartone che i prigionieri lasciarono nei loro letti la notte della fuga, per ingannare le guardie.
All’ingresso, ci hanno consegnato un’audioguida: su un nastro, erano state registrate alcune testimonianze di detenuti e guardie, le quali non solo spiegavano la storia della prigione o ricordavano episodi accaduti durante il loro soggiorno, ma guidavano anche il visitatore lungo i corridoi della prigione; davanti alla biblioteca e nel freddissimo cortile, nel “braccio D”, in cui si trovano le celle nelle quali venivano rinchiusi i carcerati che si erano comportati in modo scorretto e dovevano essere puniti – qui, le celle sono chiuse da una doppia porta, in modo che quella esterna non lasciasse passare nemmeno la luce- e poi, in una sala in cui i visitatori potevano comunicare con i loro parenti attraverso i telefoni – ogni carcerato, al suo arrivo, doveva comunicare al direttore di Alcatraz la propria lista di contatti, la quale doveva essere controllata dall’FBI, prima che si potessero ricevere visite-.
Ed ancora la cucina, in cui è rimasto probabilmente il menù del ultimo pasto che i carcerati riuscirono a fare prima della chiusura dell’edificio, nonché, sul soffitto ci sono ancora alcuni dispositivi che, in caso di rivolta, avrebbero rilasciato un gas tossico e fatale per chiunque fosse stato prensente in sala (anche per le guardie.
Gli uffici amministrativi con manette, documenti ed altri attrezzi che le guardie portavano con loro; gli alloggi ed i locali erano riservati alle guardie, quando si trovavano sull’isola per il loro turno.
Percorrendo i corridoi dell’edificio principale, si notano, sul pavimento, i segni della Battaglia di Alcatraz: nel maggio del 1946, sei detenuti, in un tentativo di fuga, si scontrarono con le guardie, le quali, non riuscendo a fermarli, chiamarono in soccorso la Polizia di San Francisco, l’Aeronautica Militare ed i Marines. La rivolta dei prigionieri fu sedata dopo due giorni ed ancora oggi si vedono i buchi lasciati dalle bombe sganciate dalle forze armate intervenute in difesa delle guardie dell’isola.
Alle 12 abbiamo ripreso la barca e, dopo circa mezz’ora, siamo giunti ad Angel Island, l’isola più grande della Baia di San Francisco – isola che, in realtà, è un immenso parco naturale, dopo essere stata un forte militare, un deposito d’armi ed un centro d’immigrazione. Un pulmino ci ha condotto attraverso tutta l’isola, il cui punto più alto è il Monte Caroline Livermore; da qui, si può dominare tutto il panorama – bellissimo, nonostante il violento incendio nel 2008, ma poco apprezzabile a causa del freddo-. Verso le tre, abbiamo deciso di tornare in hotel, per riposarci e, soprattutto, scaldarci – la zuppa bollente è stato un palliativo, più che un rimedio vero e proprio!-

Prima di cena, abbiamo anche avuto forze sufficienti per fare ancora qualche acquisto!

GIULIA NICORA

Redazione Co&Co