Il filosofo Sottocornola in difesa della Famiglia del Bosco: “Mi vergogno di essere italiano”

Il filosofo Claudio Sottocornola, autore di numerosi volumi sul declino antropologico contemporaneo, in difesa della “Famiglia del bosco”, e spiega l’accanimento giudiziario e psichiatrico nei confronti della coppia anglo-australiana Catherine Birmingham e Nathan Trevallion e dei loro bambini, come il più triste segnale della inadeguatezza etico-culturale che attraversa funzioni apicali dell’intellighenzia occidentale

Roma, 16 marzo 2026 – “Anche se tendo a non lasciarmi coinvolgere da appelli, petizioni, mozioni più o meno pubbliche, ho deciso di sottoscrivere la petizione relativa alla tutela della cosiddetta “Famiglia del bosco”, dopo aver preso atto della richiesta, da parte del Tribunale per i Minorenni dell’Aquila, dell’allontanamento della madre Catherine dalla casa famiglia ove era stata costretta a trasferirsi coi figli dal 20 novembre 2025, con provvedimento del medesimo tribunale. Si tratta infatti di un incredibile crescendo di orrore e dolore per una famiglia che mostra cura e amorevolezza per i propri bimbi, anche se si ispira a un modello culturale alternativo”.

Esordisce così Claudio Sottocornola, in un comunicato che ha rilasciato, come “contributo al dibattito”, per andare oltre gli steccati di appartenenza, per indagare le ragioni profonde di un malessere che troppo spesso avvertiamo nei confronti di iniziative che coinvolgono di volta in volta magistratura, servizi sociali, assistenza sanitaria e psichiatrica, di cui sono le prime vittime famiglie, bambini, privati cittadini, ma che egli intende circoscrivere intorno al tema del rifiuto della diversità da parte di strutture e categorie ideologiche e intolleranti.

In che cosa consiste questo rifiuto della diversità?

È un rifiuto che attraversa la Storia. A fine Ottocento, in Canada, il governo aveva creato scuole residenziali per i bambini indigeni gestite da anglicani e cattolici, nell’ambito di un sistema di assimilazione culturale violento e intrusivo, pensato per “uccidere l’indiano nel cuore del bambino”, che causò almeno seimila morti. Circa 150mila bambini indigeni furono strappati alle loro famiglie, lingua e cultura, per essere rieducati in queste scuole, oggetto di violenze fisiche, psicologiche e talvolta sessuali. Ad aprile 2022 papa Francesco ha voluto chiedere perdono, per conto del Vaticano, per il ruolo svolto dalla chiesa nei 130 convitti in Canada, condannando la “colonizzazione ideologica” e l’“azione di assimilazione” di cui “tanti bambini sono caduti vittime”. Ma questo processo di patologizzazione o criminalizzazione del diverso ha illustri precedenti, come testimonia, per esempio, la tristemente nota caccia alle streghe (fra parentesi, sembra che qualcuno voglia proprio avallare l’immagine di Catherine Birmingham come di una sorta di strega ostile e asociale), portata avanti fra XV e XVII secolo, non solo dalla Santa Inquisizione, ma soprattutto dai Tribunali civili, responsabili della gran parte delle esecuzioni, specialmente nell’Europa del nord (si parla di circa 50.000 vittime). Ancora, la persecuzione delle persone omosessuali nel mondo, giustificata da pregiudizi religiosi, morali o politici, è arrivata all’applicazione di pene come la segregazione, la morte e la castrazione, in contesti diversi, cristiani e islamici, ma anche nazisti e stalinisti, e tale condizione è rimasta a lungo reato negli stessi Stati Uniti. Guardiamoci dunque dall’identificare meccanicamente la legge come dato storico con la giustizia come dato ontologico.

Ma nel caso della famiglia Trevallion siamo di fronte alla necessità di tutelare dei bambini…

La prima cosa che mi è venuta in mente, quando ho avuto notizia di questo caso davvero struggente, è il film di Marco Bellocchio del 2023, “Rapito”, che narra la vera storia del piccolo ebreo bolognese Edgardo Mortara che, in quanto segretamente battezzato da una domestica, nel 1858, all’età di sette anni, viene legalmente strappato alla famiglia dai soldati di papa Pio IX, per essere educato alla fede cattolica dallo stesso pontefice, nonostante la strenua lotta dei suoi genitori per riaverlo, spalleggiati da un’opinione pubblica che nulla poté contro il potere temporale della Chiesa di allora. Il ragazzo, sradicato dalle sue origini, di necessità si convertì al cattolicesimo divenendo sacerdote, e mai più ricongiungendosi alla sua famiglia, che spenderà l’intera vita nel tentativo di riunirsi a lui. Ma qual era la motivazione del papa, a suo modo sincero nell’esercizio di tale violenza? Era una motivazione ideologica: nel suo assetto dottrinale, senz’altro colto, erudito e articolato, egli riteneva suo obbligo tutelare il minore battezzato (sia pure all’insaputa della famiglia) sottraendolo a una educazione ebraica (ritenuta non conforme alla verità e al bene del minore) per instradarlo a un cattolicesimo coatto, come di fatto avvenne.

Ma non è diverso il contesto culturale in cui si muovono la famiglia del bosco e il Tribunale dell’Aquila?

Diversi sono i contenuti, ma vedo analogia nell’approccio, che giudico ideologico e intollerante. E mi spiego. Molti anni fa, ancora giovane studente di Filosofia all’Università Cattolica di Milano, entrai per caso in Aula Magna e ascoltai una lezione di don Luigi Giussani, fondatore di CL, anche se non ne seguivo i corsi e non facevo parte del suo movimento, e restai profondamente colpito da una sua argomentazione.

Egli disse, in un’epoca ove tutti, intellettuali in testa, eravamo un po’ affascinati dalle tecniche psicanalitiche, che nemmeno il più capace psicanalista avrebbe potuto esprimere una conoscenza più adeguata di quella che una madre ha nei confronti del figlio.

Perché l’amore che l’attraversa rende il suo sguardo più lucido, profondo, rivelativo, di quello dello psicanalista armato delle sue tecniche ma, certamente, non della stessa intensità d’amore. È il famoso rapporto, su cui da sempre si dibatte, fra conoscenza e amore, ove dovrebbe risultare evidente a tutti che una conoscenza umana fredda, algida e meramente amministrativa non può promuovere il bene della persona, che si sente riconosciuta, proprio in quanto sinceramente amata.

Ora, mentre talune convinzioni psicanalitiche oggi vacillano alla luce di nuove acquisizioni scientifiche e culturali, l’amore di una madre non vacillerà mai e si rivelerà sempre più illuminante e lungimirante di qualsiasi pseudo-paradigma giuridico-sociologico o psichiatrico. Nella fattispecie è sotto gli occhi di tutti, grazie a documentazioni video e a numerose testimonianze dirette, oltre all’affetto gioioso e sincero che i  bimbi del bosco esprimono per i propri genitori, quanto l’amore reciproco sia fondamento della relazione reciproca fra le persone che compongono tale famiglia, e come anche il modello educativo adottato sia frutto di una scelta in tale direzione, effettuata per il bene dei bimbi, che i genitori intendono  educare secondo un ordine di valori inclusivi, olistici e gentili, ispirandosi in ciò a un modello educativo alternativo a quello pragmatico, funzionalistico e omologante prevalente nelle società occidentali.

Possiamo magari non condividere il loro radicalismo, e tuttavia ciò non lede la finalità educativa dei figli, che crescono nell’amore, nel contatto con la natura e in una familiarità col mondo degli animali, ma anche nel rapporto semplice e spontaneo con amici coetanei, aspetti che devono senz’altro prevalere nella rilevazione della loro esperienza, anche qualora emergesse qualche lacuna che, nella fattispecie, è insita in ogni modello educativo.

Scusate, ma non è forse assai più grave la condizione di molti bimbi che in tante famiglie italiane si rifiutano di mangiare se non hanno in tavola cellulare o tablet da guardare? O di quei bambini che, in contesti familiari problematici, vengono lasciati ore a navigare indisturbati da genitori distratti e, magari già a 10-11 anni, approdano su siti porno che guasteranno irrimediabilmente la loro percezione affettiva? O di quelli avviati all’intrattenimento televisivo e alle diverse forme di pubblicità? O ancora, su altro fronte, di quei bimbi in condizioni di marginalità sociale che, addestrati al piccolo furto o al borseggio, vengono riconsegnati alle rispettive famiglie, senza home schooling e in condizioni igienico-sanitarie inaccettabili, per ritornare ai medesimi furti?

Come si vede, si è realizzato nei confronti dei Trevallion un accanimento per il quale essi dovrebbero acquisire una sorta di laurea in genitorialità che non si chiede a nessuno perché, nella fattispecie, dovremmo assistere alla bocciatura di gran parte delle famiglie realmente esistenti, soprattutto oggi.

Quale sarebbe il paradigma ideologico in base al quale viene valutata la famiglia del bosco?

Credo che l’approccio di Catherine Louise Birmingham, olistico, spirituale  e alternativo, ma in certo qual modo anche aristocratico e colto per il suo carattere austero, esigente e quasi monastico, costituisca una vera e propria provocazione per la mediocrità di una cultura giuridico-amministrativa che si ispira a un modello probabilmente di derivazione marxiana dove tutto è orizzontale, collettivo, omologato, trasparente e indifferenziato, alla fine strutturato per produrre ometti-ingranaggio da inserire nei meccanismi di produzione e burocrazia in cui ormai convengono tardo capitalismo e superstite progressismo, all’insegna della apologia di una omologazione reticolare, alla fine espressione di un materialismo che punisce l’aristocrazia dello spirito, di cui mi sembra espressione la “famiglia del bosco”.

Posto che i valori della cura e dell’amore sono pienamente rispettati e – di più – posti alla base di tale contesto familiare, sembra che la loro dimensione neo-rurale, che intende chiamarsi fuori da ogni rete pre-strutturata, distanziandosi dalle interferenze moderne e dei media, in un rapporto con la natura che intende fare a meno di molte comodità, abbia offerto il destro all’idea tipica di alcuni contesti connessi ai servizi sociali, di una certa psicologia e giurisprudenza, che in tale modo si lederebbe il diritto dei minori a godere di quanto ritenuto essenziale: confort, anche tecnologico, istituzione scolastica, controllo sociale.

Il conflitto tra le due posizioni mi sembra insanabile perché, paradossalmente, esprime una superiorità culturale in chi è giudicato, e una posizione filosoficamente ed eticamente mediocre in chi giudica, cosa che sottopone il primo a una straziante esperienza di frustrazione, come potrebbe accadere a un alunno corretto da un insegnante inadeguato. Solo se il diritto tornerà ad esprimere una posizione super partes le cose potrebbero aggiustarsi, ma vedo difficile una qualche forma di resipiscenza in chi si è spinto fin qua, a meno che il Ministero della Giustizia, intervenendo d’autorità, possa dare una svolta alla vicenda.

Si è lamentata la scarsa scolarizzazione dei bimbi in tale contesto “del bosco”…

In realtà le nostre leggi prevedono la possibilità dell’istruzione parentale (home schooling), in questo caso portata avanti dalla madre sino al trasferimento in casa-famiglia, secondo una pedagogia legata al principio di libertà, apprendimento diretto nel contatto con la natura e gli animali, occasionali momenti di socialità con amici coetanei, percorso che per il Ministero dell’Istruzione risultava regolarmente effettuato e certificato. Proprio ciò è però stato contestato dal tribunale, che avrebbe rilevato difficoltà nella lettura e scrittura oltre che limitatezza nei contatti sociali.

Ora, pare che la madre seguisse in realtà il metodo educativo steineriano, che comporta un approccio olistico, basato sull’integrazione fra manualità, dimensioni cognitiva ed espressiva, e non incoraggia lettura e scrittura prima dei sette anni, per favorire una esperienza più diretta e meno intellettualizzata. Più dei libri insomma, per Steiner vale il contatto con la natura e con un maestro unico che accompagna il discente nel suo percorso di esplorazione e di crescita. Nonostante ciò, e considerato peraltro che alcune lacune linguistiche rilevate potrebbero essere chiaramente riferibili al fatto che i bimbi sono a vocazione bilingue e di madrelingua inglese, la madre, pur di salvare la propria famiglia, ha accettato pienamente l’imposizione di una maestra e l’inserimento nel sistema pubblico di istruzione come, a dicembre 2025, di sottoporre i figli alle vaccinazioni richieste.

Come docente che ha speso una vita nell’insegnamento, comprendo l’esigenza di chi – scoraggiato dal progressivo declino degli attuali sistemi educativi e delle figure professionali ad essi preposte – decide per l’home schooling, scelta difficile e impegnativa da non effettuare certamente a cuor leggero, ma che sottintende quasi sempre una grande nobiltà di intenti e una cristallina motivazione parentale. Ad ogni modo, come si vede, nonostante la straordinaria disponibilità di Catherine ad adeguarsi a richieste per lei dolorose, rispetto ai propri principi, il tribunale non sembra aver corrisposto con altrettanta disponibilità e sollecitudine.

Il Tribunale per i minorenni dell’Aquila la descrive come “ostile e squalificante” …

Ma lo sarei anch’io se trasformassero la mia serena vita familiare in un inferno, sottraendomi al mio ruolo genitoriale, obbligandomi a trasferirmi in una struttura estranea e impedendomi il normale accesso ai bimbi – privandomi così radicalmente della funzione genitoriale vissuta con cura, amore e dedizione –, di più, dovendo anche assistere al progressivo venir meno del loro benessere, della loro salute, forse, della loro integrità psico-fisica. Anche se ciò avviene su di un piano più psicologico che fisico, io colgo inquietanti analogie con le violenze perpetrate da regini dispotici e totalitari che tutti condanniamo fermamente, ma che oggi forse tendono a ripresentarsi nella forma soft e seduttiva di una burocrazia che fagocita categorie psichiatriche e sociologiche in realtà brutali e omologanti. E ricordo un assai istruttivo racconto di fantascienza di Henry Slesar., Examination Day”, ambientato in un futuro distopico e totalitario, dove ogni bambino al dodicesimo anno di età doveva sottoporsi a un test per verificare che la soglia della sua intelligenza non superasse il valore massimo consentito, oltre il quale egli era ritenuto pericoloso per la comunità e soppresso, come accade proprio al giovane protagonista del racconto.

Ma forse  è un po’ quello che sta accadendo nella nostra società, ove i nostri giovani sono incoraggiati  a lasciarsi lobotomizzare da un sistema tecnologico-digitale che riduce le loro capacità cognitive e inibisce la loro lucidità, mentre si stigmatizza ogni forma di indipendenza e autonomia di giudizio, ogni approccio all’esistenza veramente alternativo, come quello di una famiglia neo-rurale che ci insegna a vivere dell’essenziale, a non lasciarci manipolare dai media, a rifuggire dalla degradante omologazione consumistica e dalle maglie reticolari di una concezione burocratico-amministrativa della realtà il cui  fine sembra proprio l’annientamento della persona nella sua originalità e unicità.

Che cosa ci potrebbe salvare da questo approccio totalizzante?

Nei miei scritti insisto sempre sulla contrapposizione fra una concezione ermeneutica della conoscenza, da un lato, e una concezione ideologica, dall’altro. Mentre nel primo caso il soggetto coglie il carattere prospettico e quindi interpretativo, relativo e situato, della propria esperienza, nel caso dell’ideologia, che definirei una forma di “pensiero breve”, l’ideologo ritiene di possedere in qualche modo la verità ultima e, nella sua posizione estrema, non esita ad esercitare ogni forma di violenza – verbale, psicologica, anche fisica –, sull’altro al fine di obbligarlo a riconoscerla. In tutti i sistemi e in tutti gli approcci ideologici la prima mossa consiste proprio nel criminalizzare l’altro, imputandogli di non aderire a una verità e ad un obbligo correlato giudicati come evidenti e universali, siano essi il dogma religioso, la dottrina politica, un sistema amministrativo-burocratico o la lettera di una legge interpretata ad hoc.

Oggi ciò risulta paradossalmente aggravato dal fatto che – passata di moda l’ideologia – l’ideologo a maggior ragione rifiuterà di definirsi tale e identificherà surrettiziamente la propria posizione con la verità qua talis, manifestando un’intolleranza ancor più radicale e pericolosa. La via dell’ermeneutica è invece tollerante e gentile, perché riconosce un quoziente di verità alla posizione dell’altro e, politicamente, cercherà di accompagnarlo nel valorizzarla e svilupparla pienamente, piuttosto che chiedergli una sorta di abdicazione e conversione al proprio assetto teoretico.

Raimon Panikkar, presbitero cattolico, ma anche filosofo e teologo aperto al dialogo interreligioso, ha sviluppato la categoria di mythos fondativo, come insieme di esperienze originarie che contrassegnano la vita di popoli, gruppi e individui, solo a partire dal rispetto del quale è possibile instaurare un dialogo e poi un incontro proficuo tra le persone. Perché è lecito avere gusti, nutrire preferenze, appartenere a un cosmo semantico piuttosto che a un altro, e dunque anche avvalersi di modelli educativi diversi e alternativi, purché improntati a un sincero amore e rispetto di chi si educa, come accade nella bella esperienza della “famiglia del bosco”.

Ma pensate a quale terribile esperienza di distruzione del proprio myhtos fondativo, del proprio universo simbolico, della propria relazionalità e affettività, hanno vissuto quei bambini intelligenti e innocenti, e quella coppia affiatata e gentile! Tutto ciò è davvero imperdonabile! Proprio come sono imperdonabili le negligenze che hanno portato il povero Domenico, il bambino amato da tutta Italia, a morire per un trapianto di cuore all’Ospedale Monaldi di Napoli.

Che cosa vorrebbe dire agli operatori – assistenti sociali, psicologi e psichiatri, giudici – protagonisti di questa vicenda giudiziaria?

Ho letto sul “Corriere della sera” del 9 marzo una bellissima intervista al prof. Massimo Ammaniti, psichiatra e psicanalista fra i più noti in Italia, grande esperto di tematiche dello sviluppo, che dichiara di non capacitarsi per quanto è stato fatto a questa famiglia, sottolineando come separare bimbi così abituati alla presenza e alla cura genitoriale vada un po’ contro tutti i parametri pediatrici acclarati, arrivando a dichiarare: “Io sono incredulo… Si stanno buttando via anni, anzi decenni, di teorie sullo sviluppo dei bambini. Tutti i miei maestri, da Giovanni Bollea ad Adriano Ossicini, rabbrividirebbero davanti a quanto sta accadendo a queste persone”. Anche lo psichiatra Tonino Cantelmi, docente alla Pontifica Università Gregoriana e consulente di parte della “famiglia del bosco”, ha evidenziato una forte preoccupazione, in particolare per il recente allontanamento anche della madre dalla struttura della casa-famiglia, sottolineando l’altissimo rischio di traumi irreparabili per i bambini ed anche della modalità inaudita con cui si è effettuata la comunicazione del provvedimento agli interessati, ovvero prima della somministrazione dei test di idoneità genitoriale alla coppia e di quelli poi specifici per i bambini, eseguiti quindi in condizione di shock  degli esaminandi. Mentre anche un altro illustre psichiatra, Vittorino Andreoli, si unisce alla unanime preoccupazione per bimbi così provati a causa delle istituzioni, evidenziando che la brutale separazione dalla madre potrebbe portarli in futuro a sviluppare patologie gravi come la schizofrenia. E la Garante nazionale per l’infanzia e l’adolescenza, Marina Terragni, solo ora potrà incontrare i bambini, ma senza l’auspicato ausilio di medici indipendenti. In compenso, arriva dal tribunale una nota congiunta di presidente e procuratore che lamenta da parte dei commentatori “toni aggressivi e non continenti”. Scusate, ma cosa c’è di più “aggressivo e incontinente” delle azioni perpetrate dal tribunale verso questa famiglia e i loro tre piccoli? Non credo sia possibile un interlocutorio con soggetti che, trincerandosi dietro una presunta correttezza formale, inanellano una serie di azioni dagli esiti così sostanzialmente disumani. In questi giorni, a proposito dei responsabili di questi provvedimenti, ho visto rispolverare in rete, anche da soggetti colti e qualificati, proverbiali maledizioni bibliche, “guai a voi…” evangelici, e il celebre libro-testimonianza di Primo Levi, “Se questo è un uomo”, sulla disumanizzazione nel lager di Auschwitz, ma io vorrei fermarmi a una considerazione più semplice, fondata sul concetto orientale di giustizia karmica, per cui ad ogni nostra azione corrisponde un effetto speculare e di ritorno. Ecco, vorrei che – per un arco di tempo almeno sufficiente alla loro resipiscenza – questi illustri e zelanti funzionari sperimentassero la privazione repentina e totale di almeno qualcuno dei loro affetti più cari, così da comprendere a quali inaudite sofferenze hanno sottoposto il loro prossimo, riguadagnando forse uno sguardo nuovamente umano sugli altri e, soprattutto, sui bambini.

Il problema dell’allontanamento di minori dalle rispettive famiglie è comunque molto diffuso in Italia. Cosa ne pensa?

Al 2024, sono circa 33.000 i minorenni allontanati dal nucleo familiare, perlopiù accolti in case famiglia o comunità residenziali, cui si aggiungono almeno 17.000 minori stranieri non accompagnati. Circa 16.000 sono i minori in affido familiare. Le case famiglia e comunità residenziali per minori percepiscono rette giornaliere tra i 60 e i 120 euro al giorno per minore, dunque una cifra annua tra i 21.900 e i 43.800 euro per ospite e, pur lamentando l’inadeguatezza di tale cifra a coprire le spese, non si può negare che, moltiplicandola per il numero degli ospiti e la vastità del fenomeno, se ne ha un giro d’affari davvero considerevole. L’allontanamento poi del minore dalla famiglia dovrebbe sempre avvenire solo in casi estremi ove sia lesa la sua sicurezza e integrità, e non per qualche transitoria e superabile difficoltà. In questi ultimi anni tuttavia sono emersi molti casi di allontanamento sospetto e ingiustificato, verificatisi anche in passato ma solo recentemente portati alla luce. Naturalmente per il comune cittadino non è facile reperire dati sicuri in proposito, ma le testimonianze di genitori (a volte con video strazianti del prelievo) che lamentano allontanamenti forzati e ingiustificati sono sempre più numerose nei media, in televisione, sui giornali, e sarà l’autorità competente a dover indagare in proposito. Tuttavia, circa la commistione fra assistenza-accoglienza e affari, ho un ricordo personale lontano nel tempo. Una mia cara zia, nei lontani anni ’60, quando ancora esistevano gli orfanatrofi e questi erano pieni di bimbi che avrebbero gioito per una famiglia adottiva, lei – non potendo avere figli –, girò l’Italia sottoponendosi a test e colloqui in vista di una possibile adozione che non arrivò mai. In compenso – osservava – questi luoghi erano pieni di orfani abbandonati e oggetto di ovvi finanziamenti, Ci fui mai una relazione fra l’impedimento ad adottare che le fu imposto e il giro d’affari per cui poteva essere conveniente mantenere i bimbi negli orfanatrofi? Io non lo so e non posso certo affermarlo, ma ricordo che il luciferino e grande politico Giulio Andreotti sosteneva che “a pensar male si fa peccato, ma il più delle volte si indovina”.

Quali considerazioni finali le suscita questa vicenda dal punto di vista filosofico, quindi a livello critico?

Da anni mi occupo del declino delle società occidentali e, in particolare, del degrado antropologico che le accompagna, per il quale non appare più possibile entro tale perimetro di civiltà condividere un qualunque orizzonte di valori, che non siano ascrivibili alla narcisistica soddisfazione di bisogni e ai consumi. Il paradosso sta proprio nel fatto che – venendo meno una comune visione delle cose – se ne elabora un surrogato fatto di ineccepibili protocolli formali per i quali – in assenza di autentiche relazioni di umanità – ciò che conta è l’omologazione degli individui nella macchina del funzionamento sociale, grazie ad accordi convenzionali, formulazioni linguistiche e approcci politically correct, ma del tutto indifferenti a ciò che caratterizza l’umano, con la sua relazionalità e dignità. Eredità postcomunista e tardo capitalismo si integrano così in una lettura economico-funzionalistica della realtà e delle relazioni, finalizzate esclusivamente alla massima efficienza possibile, cui corrisponde una struttura amministrativa sempre più ineccepibilmente protocollare, ma da tutti avvertita come disumana, cinica, indifferente, assimilabile a quelle voci robotiche che risuonano a vuoto dai nostri telefoni. Così si scava un inevitabile fossato fra opinione pubblica e tale apparato amministrativo, sempre più neutrale nella gestione del rapporto fra colpa e virtù, al punto da invertirne non di rado l’ordine, tutelando il colpevole e punendo il virtuoso, forse perché entro il più gretto materialismo nichilista e funzionalista è importante stabilire l’ininfluenza – se non l’equivalenza – di colpa e virtù, irridendo a quest’ultima o addirittura stigmatizzandola, come nel caso della “famiglia del bosco”. Il vero problema inestricabilmente connesso a tutto ciò è pertanto il degrado complessivo e – sembrerebbe – irreversibile delle classi dirigenti e professionali del nostro stanco Occidente, degrado che attraversa pubblica amministrazione, magistratura, scuola, chiesa, sanità, media, e chi più ne ha ne metta. Anche perché, come sosteneva acutamente il politologo Costanzo Preve e – prima di lui – il grande Pier Paolo Pasolini, le nostre società ampiamente scolarizzate tendono a produrre maggior conformismo, omologazione, allineamento, non laddove manca l’istruzione, ma piuttosto proprio in quei ceti altamente professionalizzati (come la magistratura), che acriticamente assumono i modelli epistemologici dominanti, li fanno propri, ne diventano  i più pedissequi esecutori, finendo così con l’assumere il ruolo letargico e mortifero che fu, ad esempio,  dei tardi aristotelici nel ’600, che si opposero fieri della loro vana erudizione scolastica a Galileo Galilei, alla rivoluzione scientifica e astronomica, alla filosofia moderna, insomma alla vita che andava avanti.

E per tornare al nostro bosco e alla nostra famiglia, concluderei ricordando che proprio Pasolini dichiarava di preferire l’amicizia e la conversazione con quanti, si era negli anni ’60 del ’900, erano arrivati al massimo alla terza elementare, perché infinitamente più veri, autentici, sapienti e non corrotti dei replicanti borghesi che lo circondavano.

E, per inciso, come appare nella sua poesia “Il PCI ai giovani”, Pasolini non ha dubbi nell’opzione fra studenti, magistratura e poliziotti: sceglie gli ultimi. Mentre peregrinava in cerca di vita fra le arcaiche e incorrotte civiltà di Africa, Asia e Medio Oriente, o il sottoproletariato occidentale. Proprio come Ermanno Olmi avrebbe scelto per elezione il mondo preindustriale e contadino delle campagne bergamasche fra ’800 e ‘900.

Ambiti di cui i grandi geni colgono la nobiltà e la purezza, così lontana dalla nauseante e cinica mediocrità di certi tribunali, per le cui azioni posso tranquillamente dichiarare che mi vergogno di essere oggi un italiano.