Guarire dagli attacchi di panico: quando la paura non fa più paura

Roma, 3 novembre 2021 – Sembra che siano circa 10 milioni gli italiani che hanno vissuto almeno una volta nella vita l’esperienza di un attacco di panico. Un evento che per molti per fortuna rimane isolato, mentre per altri può trasformarsi in un vero e proprio disturbo.

Ma in cosa consiste esattamente l’attacco di panico?

Molti lo descrivono come “sensazione di morire”. Infatti è una sensazione improvvisa, rapida, che si esaurisce spontaneamente, ma lascia completamente devastati. La manifestazione è soggettiva, ma i sintomi più comuni sono fame d’aria, battito accelerato, bocca secca, vertigini, immobilità degli arti e talvolta di tutto il corpo. La maggior parte delle persone colpite da un attacco di panico realizza di averlo avuto solamente dopo essere state al pronto soccorso e aver scongiurato un attacco cardiaco. Ed è dopo aver realizzato di aver avuto un attacco di panico che si insinua la paura costante di rivivere quella sensazione di impotenza, quella sensazione di “morte” imminente.

Al riguardo Gianni Lanari, psicoterapeuta responsabile del Pronto Soccorso Psicologico Roma Est, afferma che “consapevoli della sofferenza collegata al panico, abbiamo scritto il libro “Vincere gli attacchi di panico: istruzioni per l’uso”, per aiutare le persone ad utilizzare il panico, paradossalmente per migliorare la propria qualità di vita”.

Nello specifico Francesca Mero, psicologa del Pronto Soccorso Psicologico Roma Est, ci ricorda che “per affrontare il panico le persone mettono in atto quelle che in Terapia Breve Strategica vengono chiamate le Tentate Soluzioni”.

Le Tentate Soluzioni più utilizzate sono:

1) Evitare tutto ciò di cui si ha paura;

2) Chiedere aiuto e rassicurazione;

3) Di fronte alla sensazione di paura si tende a voler controllare le proprie reazioni, finendo però per perderne il controllo.

Queste tentate soluzioni però portano sempre a un fallimento. Infatti le persone iniziano ad evitare tutto ciò che le spaventa in via preventiva, per non sentire quella sensazione di ansia e paura, ma più si sommano gli evitamenti e più la paura cresce. Questo perché mettendo in atto gli evitamenti, si invia a se stessi il messaggio di non essere in grado di affrontare le situazioni e il senso di incapacità fa crescere la paura.

Chiedendo aiuto e rassicurazione agli altri, queste persone continuano a confermare a se stesse la propria incapacità, fino a diventare davvero incapaci di affrontare innumerevoli situazioni.

Dopo aver avuto uno o più attacchi di panico, ci si spaventa delle reazioni incontrollate del proprio corpo, così si inizia a cercare di controllare queste reazioni. Ma più si cerca di controllarle e più se ne perde il controllo, fino a mandare in tilt il meccanismo psicofisiologico e a generare così un nuovo attacco di panico.

Si inizia quindi ad avere un timore preventivo delle reazioni del proprio organismo si fronte a situazioni che queste persone considerano una minaccia. Questo timore porta, quindi, a limitare sempre più le proprie azioni e i propri spazi vitali.

Si sbaglia quando si definisce l’attacco di panico semplicemente come una forte paura. È il risultato di una costruzione lenta e complessa che può durare anche per sempre. In senso figurato la persona è come incastrata dentro la tela di un ragno. Spesso le persone che soffrono del disturbo da panico hanno una buona consapevolezza del problema e delle cause di questo, ma vi è un’incapacità nel fare qualcosa di diverso.

Grazie alla psicoterapia si può davvero guarire da tutto questo e liberarsi dalla ragnatela della paura. Vengono utilizzati specifici protocolli di intervento per gli attacchi di panico, si usano stratagemmi per modificare o eliminare le tentate soluzioni che alimentano la paura patologica e il panico.

Avviene una vera e propria esperienza emozionale correttiva e mediante esperienze guidate, si aiuta la persona a costruire capacità individuali che permettono di gestire il problema per superarlo ed eliminarlo per sempre.

È importante che lo psicoterapeuta analizzi con attenzione le tentate soluzioni disfunzionali messe in atto dal paziente, per renderle da disfunzionali a funzionali. La tecnica per eccellenza è quella della Peggiore Fantasia. Questa è un’esperienza emozionale concreta, in cui il paziente deve concentrarsi per circa 30 minuti al giorno sulla sua peggiore paura, immaginandosi man mano di superarla.

Con il passare dei giorni avviene una modificazione della percezione della paura che porta all’acquisizione di sicurezza, autonomia e capacità di gestire la propria realtà. Una volta cambiata la percezione segue anche il cambiamento delle reazioni e infine della consapevolezza. La consapevolezza giungerà solamente dopo aver vissuto realmente l’esperienza ansiogena, poiché solo in quel momento la persona si renderà conto delle proprie capacità e delle proprie risorse attivate nel fare qualcosa che prima di allora sembrava impossibile.

Al riguardo il Pronto Soccorso Psicologico Roma Est offre un servizio di aiuto per tutti coloro che vogliono vincere gli attacchi di panico.

I 358 psicologi della rete del pronto soccorso sono presenti in tutte le regioni italiane e in 22 paesi esteri, come Regno Unito, Francia, Hong Kong, Messico, Russia, Argentina, Grecia, Kenya, Ghana, Mozambico, Brasile, Portogallo, Serbia, Romania, Bulgaria, Egitto, Giordania, Pakistan, Azerbaijan, India, Spagna e Svizzera.

Il servizio é offerto in 27 lingue, a prezzi sociali, e per contattare gli psicologi del Pronto Soccorso Psicologico basta telefonare al n. 06 22796355, al n. 392 9050134, o collegarsi al sito internet www.pronto-soccorso-psicologico-roma.it.

 

 

Il Coronavirus è nato in laboratorio, ecco le prove

Le prove scientifiche e i metodi di insabbiamento raccolte nel libro denuncia “L’origine del virus”: l’intervista di Matteo Gracis, fondatore del giornale L’indipendente, all’autore Paolo Barnard, che evidenzia un mondo scientifico sempre più dipendente dai finanziamenti della Cina

Milano, 21 ottobre 2021 – Com’è nato il flagello virale che ha travolto l’umanità? Perché la Cina ha tenuto il mondo all’oscuro della pericolosità del coronavirus? Perché l’OMS ha mentito? Perché tanti insabbiamenti e depistaggi? Le risposte a queste drammatiche domande sono necessarie per evitare che la catastrofe della pandemia possa ripetersi.

Due dei più importanti ricercatori internazionali, Steven Quay e Angus Dalgleish, coordinati da Paolo Barnard, giornalista e saggista italiano, hanno provato a rispondere ai tanti quesiti nel libro L’origine del virusedito da Chiarelettere.

Una denuncia delle “verità tenute nascoste che hanno ucciso milioni di persone”, come recita il sottotitolo del libro che ricostruisce in modo inquietante la storia di questi ultimi due anni. Una rivelazione, supportata da documenti scientifici, dei letali segreti biologici del coronavirus, già noti ai virologi di Wuhan e ai loro politici nei primi giorni del contagio in Cina.

L’origine del virus, dunque, raccoglie le prove che il Covid-19 sia nato in laboratorio e che la sua estrema letalità era nota alla Cina con largo anticipo rispetto al resto del mondo.

In occasione dell’uscita del libro, Paolo Barnard spiega a Matteo Gracis, fondatore del giornale L’indipendente (www.lindipendente.online), la sua versione della storia che abbiamo tutti vissuto.

“Il virus è nato in laboratorio”, dice convinto Paolo Barnard, che così comincia ad infrangere i luoghi comuni sull’origine del virus.

“Il SARS-CoV-2 – si legge nel libro – rientra nel repertorio delle più azzardate manipolazioni genetiche sui virus oggi esistenti, chiamate Gain of Function, una delle specificità del Wuhan Institute of Virology e di altri laboratori cosiddetti di biosicurezza in Cina”.

Contrariamente alla teoria secondo cui il virus sia stato diffuso dai pipistrelli, Barnard crede dunque che la pandemia derivi da “un filone della ricerca della virologia che pochi conoscono, la Gain of Function, una pratica di una scelleratezza inimmaginabile, diffusa in diverse parti del mondo tra cui l’Italia. La Gain of Function è la ricerca medica che altera geneticamente un organismo in modo che possa migliorare le funzioni biologiche dei prodotti genici. Ma quella di cui parliamo è la Gain of Function of Concern, un più specifico tipo di ricerca che ha l’obiettivo di rendere i virus più o meno patogeni ancora più aggressivi in modo da essere pronti in caso di un’eventuale diffusione di un potente virus naturale”.

Purtroppo quindi – scrive Barnard nel libro –  “c’è la possibilità che la Gain of Function venga intrapresa per motivi più oscuri e che non vi sia mai stato in realtà un intento benigno”.

Barnard ammette così l’ipotesi che il SARS-CoV-2 potesse essere un esperimento militare. “Alcuni filoni di ricerche israeliane mettono in evidenza le correlazioni tra il SARS-CoV-2 e altri due virus di dichiarata natura militare che venivano studiati proprio a Wuhan”.

Oggi la Gain of Function ha raggiunto un livello di sofisticatezza da poter mettere in pericolo l’umanità. “Conosco l’HIV talmente bene che se volesse potrei renderlo trasmissibile anche per via aerea”, Barnard riporta le parole di Simon Wain-Hobson, un grandissimo retrovirologo dell’Istituto Pasteur di Parigi, concorde sull’idea che la Gain of Function sia una “pura follia scientifica, praticata solo per ricevere fondi di ricerca, fare carriera universitaria e avere visibilità”.

L’origine del virus, inoltre, rivela i retroscena di una “congiura del silenzio di proporzioni epocali” che continua a tenere in allarme il mondo. Barnard non si fa scrupoli ad accusare la Cina di aver compiuto un crimine contro l’umanità.

“Nel dicembre 2019 la Cina sapeva quanto è micidiale questo virus, ancora più sicuramente quando a gennaio 2020 la virologa Zheng-li Shi ha sequenziato il genoma, quindi se avesse detto a medici e virologi di tutto il mondo come era stato ingegnerizzato questo virus, le caratteristiche biologiche delle spike, la capacità di infettare, quali organi avrebbe infettato, il fatto che questo virus si trasmette per contagio asintomatico, si sarebbero salvate le vite di milioni di vittime. Avremmo avuto due mesi di tempo per prepararci, invece nessun medico sapeva niente. Questa è una strage dovuta alle omissioni criminali della Cina”.

L’emergenza scientifica è così rapidamente diventata una questione politica. Le verità della scienza sono state coperte da un muro di reticenza e conflitti d’interesse, complici alcuni settori pubblici americani e gran parte dei media, anche scientifici. Questo è quanto emerge dall’intervista di Matteo Gracis a Paolo Barnard pubblicata al link www.youtube.com/watch?v=3Eb4wlNADRM.

Ma perché queste verità non sono apparse sui media o nei dibattitti scientifici, se non in minima parte o comunque troppo tardi?

“La maniacale omertà del regime di Pechino” è una delle risposte di Barnard, nell’intervista data a Matteo Gracis, co-fondatore del giornale L’indipendente. L’altra risposta è Donald Trump, involontario protagonista della storia, da quando in un tweet del 16 marzo 2020 definisce il “virus cinese”. Nel 2020, anno elettorale negli USA, gli avversari di Trump non persero l’occasione per accusare il presidente di razzismo, incitazione all’odio delle minoranze asiatiche nel mondo, irresponsabilità diplomatica in un momento in cui erano delicati i rapporti con la seconda potenza mondiale.

“Da quel momento chiunque osasse muovere una critica nei confronti della Cina, magari in riferimento al coronavirus, veniva marchiato come sostenitore di Trump. Chiunque avanzasse l’ipotesi della fuga del coronavirus da un laboratorio veniva bollato dai media e dal gotha delle pubblicazioni scientifiche come complottista. Anche gli scienziati si zittirono temendo di perdere la carriera e i fondi di ricerca”. In nome del politically correct.

“Finché non è stato eletto il nuovo presidente degli Stati Uniti, Joe Biden. Solo allora iniziarono a comparire articoli e pubblicazioni di scienziati che consideravano improbabile l’origine naturale del virus”.

Gli insabbiamenti, dunque, furono sostenuti da interessi politici ed economici che hanno imposto una versione fasulla di questa pandemia, che andava bene innanzitutto ai cinesi, ma anche agli americani che li avevano finanziati per condurre sperimentazioni genetiche scellerate e prive di adeguate misure di sicurezza.

Di fronte a tanta confusione e in preda alla paura, le persone sono arrivate alla consapevolezza di non potersi più fidare né della politica né della scienza. Ma ciò di cui sembra più preoccupato Barnard è la crescente influenza della Cina nel mondo.

“I fondi del partito comunista cinese stanno arrivando copiosi nelle casse di molte università della Gran Bretagna e degli Stati Uniti attraverso il notevole numero di studenti cinesi sovvenzionati dal loro Stato. Il governo della Cina offre borse di studio ai suoi cittadini e finanziamenti di capitale alle università occidentali. Allo stesso modo, alcune delle prestigiose riviste scientifiche internazionali sono di fatto finanziate dalla Cina.

L’impero del dragone sta comprando la scienza in Occidente, ed è questo il motivo per cui una parte dei conservatori inglesi sta lanciando allarmi contro l’influenza della Cina nel mondo culturale occidentale”.

Attraverso il racconto dei retroscena politici, ma soprattutto sulla base di prove scientifiche, dunque, Paolo Barnard vuole scardinare le nostre conoscenze sul coronavirus e farci vedere la storia da un’altra prospettiva, che non coincide con quella dei mass media. Allo stesso tempo Barnard invita la scienza a riacquisire la sua libertà e indipendenza per prevenire nuove catastrofi. La scienza deve fornire una risposta al perché non abbia potuto almeno limitare questa immane tragedia.

L’intervista completa di Gracis, confondatore del giornale L’indipendente (www.lindipendente.online) è raggiungibile alla pagina www.lindipendente.online/2021/10/20/lorigine-del-virus-paolo-barnard-dimostra-la-fuga-di-laboratorio-del-sars-cov-2 e al link www.youtube.com/watch?v=3Eb4wlNADRM.

 

 

 

Foto tratta dall’intervista:

 

Amore: quando il bugiardo patologico complica le cose

Roma, 20 ottobre 2021 – Chi di noi non ha mentito almeno una volta nella vita? La risposta sarà che almeno una volta nella vita tutti hanno mentito. I bambini ad esempio mentono moltissimo, un po’ per gioco, un po’ per sfidare gli adulti, un po’ per testare le proprie capacità. Gli adulti mentono per svariati motivi, come per proteggere una persona cara o un partner da un dispiacere o per giustificare una propria mancanza o un proprio errore. In amore, per questo, molte persone hanno la tendenza a mentire.
Un atto che, da un certo punto di vista, potrebbe essere addirittura considerato un processo fisiologico e normale.

E allora quando è che si parla di ‘bugiardo patologico‘?

É importante fare una distinzione tra bugiardo patologico e bugiardo compulsivo.

Bugiardo patologico: è un bugiardo cronico, fa delle sue bugie uno stile di vita. Il suo obiettivo è manipolare le persone per portarle a fare ciò che lui desidera. Non si cura delle conseguenze del proprio comportamento, persevera nella sua pratica, dritto verso i suoi scopi e non è minimamente empatico.

Bugiardo compulsivo: mente per abitudine, non in maniera manipolativa. La bugia appare come l’unico modo per lui di affrontare la realtà, è una pulsione compulsiva e, quindi, incontrollabile.

Il Bugiardo patologico spesso ha imparato a mentire fin dall’infanzia, come difesa psicologica. Questo nasconde una grave carenza di autostima. Molte volte ci troviamo davanti a un quadro patologico più ampio. In più non sempre c’è una netta distinzione tra i due tipi di bugiardo, infatti un bugiardo patologico può essere anche compulsivo.
In generale possiamo comunque ipotizzare che siano persone non pienamente consapevoli dei propri limiti e del loro funzionamento.

Come riconoscere un bugiardo patologico?

Mente molto spesso, riguardo l’amore, il lavoro, le attività svolte, le amicizie, le relazioni passate, ecc. Ha bisogno di sentirsi speciale, non accetta alcuna sua fragilità e mente per abbellire e ingigantire ogni sua realtà.
Molte volte racconta agli amici episodi accaduti in maniera esagerata, inventando particolari che non sono accaduti, per raccontare ogni aspetto della sua vita in maniera grandiosa.
Succede spesso che creda e si identifichi con le sue stesse bugie, tanto da modificare i propri ricordi che si confondono con la realtà.

L’obiettivo delle sue bugie è quello di manipolare gli altri, che gli servono soprattutto a scopi narcisistici (farlo sentire importante, potente, far agire altre persone per suo tornaconto, etc). Non è empatico, infatti non bada e non si preoccupa delle emozioni e dei sentimenti degli altri. Indagando sul passato lavorativo si scoprirà che spesso ha cambiato lavoro (magari per conflitti con i responsabili, anche se non lo ammetterebbe mai).

Indagando invece il suo passato sentimentale sembra abbia avuto infinite relazioni, ma non si riesce a coglierne la natura e nessuna gli è rimasta nel cuore. Fa fatica a riconoscere le proprie responsabilità in un conflitto, sono sempre gli altri a sbagliare e lui non ha mai torto.
Spesso è svalutante con le persone che gli stanno accanto. Questo lo mette in una posizione di superiorità e rende le persone sempre più dipendenti da lui.

Se le sue menzogne vengono scoperte diventa aggressivo ed evasivo.
E’ vago nel dare chiare informazioni sui suoi impegni. Spesso capita che si assenti e non si riesca a capire dove sia stato. I suoi racconti sono nebulosi e pieni di contraddizioni/contrattempi. Ma anche ricchi di particolari.
Mente sempre con il sorriso e guardando negli occhi l’interlocutore.
Le sue relazioni si basano sulla passione, quando con il passare del tempo la passione diminuisce, non sa in che altro modo gestire il rapporto.

Spesso sono persone affascinanti e seduttive, collezioniste di storie d’amore.
Ha difficoltà ad essere fedele poiché ha bisogno di continue tensioni eccitatorie che lo facciano sentire vivo e cerca continue conferme del proprio fascino.
Le menzogne sono la sua dipendenza.

Gianni Lanari, psicoterapeuta responsabile del Pronto Soccorso Psicologico “Roma Est”, ci ricorda che la “menzogna patologica “risulta un sintomo presente in diversi disturbi, ma soprattutto nel disturbo istrionico di personalità (caratterizzato da una modalità di eccessiva ricerca di attenzione) e nel disturbo narcisistico di personalità (caratterizzato da una modalità in cui si ricerca ammirazione e si ha una mancanza di empatia verso gli altri).
Interagire con un partner bugiardo patologico, fa sentire le persone manipolate e tradite.
In tali situazioni la vita sentimentale diventa veramente difficile da gestire.

Cosa succede al partner del bugiardo patologico?

Il bugiardo patologico non ha consapevolezza della sua problematica, tendenzialmente narcisista, si lega a persone fragili. Con il passare del tempo il/la partner diventerà sempre più dipendente e, nonostante le bugie, non riuscirà a separarsi. Questo spesso porta a relazioni disfunzionali. Il bugiardo patologico reagisce tendenzialmente con aggressività quando le sue bugie vengono scoperte dal partner, che subirà quindi un comportamento svalutante, pieno di rabbia e frustrazione. E le bugie continue causano una stanchezza psichica davvero molto forte del partner, che vorrebbe aiutare l’amato/a, ma non sa come fare. A lungo andare può anche succedere che il partner del bugiardo patologico cada in depressione, o slatentizzi comportamenti disfunzionali.

Cosa fare allora?

L’unico aiuto che un partner può dare è cercare di far prendere consapevolezza del problema al bugiardo patologico, ma per guarire dovrà seguire un percorso psicoterapeutico.

Francesca Mero, psicologa del Pronto Soccorso Psicologico “Roma Est”, sostiene che “solitamente alla base di questo funzionamento vi sia una carenza profonda, vissuta sin dall’infanzia. Carenza che non è mai stata affrontata ed elaborata. La persona allora si crea questa maschera per difendersi da un senso di impotenza profonda, dalla mancanza di autostima e da sentimenti di tristezza e vuoto. Spesso da piccola si é sentita sola, incompresa e non é capace di stabilire dei legami veri e profondi. La difesa psicologica della menzogna, infatti, impedisce di legarsi realmente a qualcuno, evitando di entrare in connessione con i sentimenti propri e altrui. Raramente si fida degli altri e si lascia guardare dentro. Il modo di porsi grandioso, la sicurezza nel parlare e nel comportarsi nascondono aspetti depressivi e sofferenti molto gravi”.

Per questo nel corso di un percorso psicoterapeutico sarebbe utile:

– Aiutare la persona a prendere consapevolezza della pervasività della dipendenza a mentire e di quanto possa essere distruttivo il potere esercitato da questa su di lei e sulle persone care;
– Comprendere quale sia il bisogno emotivo sottostante alla bugia, cosa significa per lei, cosa intende ottenere e se, comportandosi in questo modo, lo ottiene davvero;
– Ricostruire la storia della persona per cercare di capire quando il bisogno di mentire è comparso.
Un esercizio utile potrebbe essere quello di tenere traccia, scrivendo, dei propri comportamenti disfunzionali (bugie, tradimenti, mancato controllo degli impulsi, etc. ). Questo è un esercizio di autoconsapevolezza e serve per capire e non dimenticare la realtà al fine di non perseverare nella realtà inventata.

Un consiglio per il partner è quello di non accettare le bugie, è utile smascherarle chiedendo al bugiardo l’autoriconoscimento delle sue fantasie. Tutto ciò è finalizzato ad offrire spunti di riflessione che, se accolti, dovrebbero portare a un aiuto psicologico per risolvere la sintomatologia.

Il Pronto Soccorso Psicologico “Roma Est”, grazie alla sua rete professionale di 351 psicologi, offre in tutte le regioni italiane (e in 22 paesi esteri) un servizio di aiuto per chi, direttamente o indirettamente, ha a che fare con tali problematiche.

Il servizio è offerto in 27 lingue, i prezzi sono accessibili e gli psicologi lavorano 7 giorni su 7.

Per contattare il Pronto Soccorso Psicologico “Roma Est” telefonare al numero 06 22796355 o al numero 392 9050134 o visitare il sito www.pronto-soccorso-psicologico-roma.it.

 

 

 

 

Matrimoni: la nuova tendenza è il “Ballo degli Sposi”

La nuova tendenza dei matrimoni italiani è il “Ballo degli Sposi”, per stupire e fare un figurone con parenti ed amici

Roma, 6 ottobre 2021 – Sta prendendo piede anche in Italia il “Ballo degli sposi”, una consuetudine molto diffusa all’estero, soprattutto nei paesi anglosassoni e in America, ma sconosciuta nel nostro Paese fino a poco tempo fa.

Dopo la pausa dei matrimoni dello scorso anno, a causa della pandemia, questa estate sono riprese le cerimonie, con le stesse tradizioni e consuetudini, ma con una novità in più: il “Ballo degli sposi”.

Di cosa si tratta esattamente?

Il ballo degli sposi, conosciuto all’estero come “Wedding dance”, è un ballo con coreografia, a cui gli sposi si preparano per creare un momento speciale e “magico” della cerimonia, per impressionare ed emozionare amici e parenti. Un ricordo da incorniciare e ricordare per tutto il resto della loro vita.

Di solito infatti, nella consuetudine italiana, il ballo degli sposi viene vissuto come un attimo di imbarazzo, perché non ci si prepara e si lascia tutto al caso.

Per questo motivo gli sposi si ritrovano impacciati al centro pista con tutti gli occhi degli invitati puntati su di loro, sperando di terminare il tutto il prima possibile.

Il ballo degli sposi invece all’estero viene vissuto come un momento speciale, a cui i futuri coniugi si preparano per settimane, con l’aiuto di maestri e coach qualificati, in modo da creare una danza ed una coreografia che rimarrà impressa nei ricordi degli sposi, e capace di far emozionare tutti gli invitati.

Ora la consuetudine di prepararsi per tempo al ballo degli sposi sta prendendo piede anche in Italia, grazie al lavoro di maestri e professionisti che ci stanno credendo e si stanno dedicando all’obiettivo di diffonderlo in tutto il nostro Paese.

E i risultati sembrano dare loro ragione.

“Con la ripresa delle celebrazioni dei matrimoni c’è stato in Italia un vero e proprio boom di richieste da parte degli sposi di creare il loro primo ballo”, spiega Marco Zingarelli, maestro di ballo e co-fondatore con sua moglie, ex-ballerina, Ilaria Campana, de “Il Ballo degli Sposi”, il primo servizio in Italia dedicato a questo particolare momento.

I 2 maestri sono stati infatti tra i primi in Italia a credere e ad importare quella che è ormai una consuetudine all’estero.

“In Italia il ballo degli sposi è sempre stato, purtroppo, un momento preso sotto gamba, a differenza di tutti gli altri dettagli e momenti della giornata. Il risultato è stato che gli sposi hanno spesso vissuto il loro primo ballo da marito e moglie come un momento imbarazzante, con movimenti goffi o con il classico ‘ballo del mattone’, senza muovere veri passi di danza e senza godersi il loro momento”, spiega Marco Zingarelli.

“Noi invece con il metodo “Il Ballo degli Sposi” creiamo per gli sposi dei veri ed indimenticabili momenti di danza, con semplici coreografie ballabili anche da chi non ha mai mosso un solo passo di danza. Balli che possono andare dal latino americano, al flashmob, al classico lento, fino ad arrivare a generi di ballo più veloci e movimentati, secondo lo stile più consono agli sposi”, spiega ancora Marco, che ha persino creato un sito internet dedicato, raggiungibile all’indirizzo www.ballodeglisposi.it.

Ma come ci si prepara al “Ballo degli Sposi”?

“Innanzitutto gli sposi devono scegliere la loro canzone preferita tra la playlist della giornata e capire che tema voglio dare al loro primo ballo: se lento, movimentato o un mix dei due. Poi una volta deciso quante coreografie preparare, e se inserire amici e/o genitori, passano allo studio della coreografia. Per realizzare il loro ‘primo ballo’, possono scegliere tra il nostro servizio ‘Ballo degli Sposi dal vivo’, andando in una delle 60 scuole di ballo affiliate sparse in tutta Italia, o scegliendo un percorso completamente online, tramite il sito internet www.ballodeglisposi.online”, racconta Ilaria Campana, che ha dedicato una vita al mondo del ballo, prima come ballerina, finalista a vari campionati del mondo, e ora come maestra.

“Il corso online permette di studiare una coreografia direttamente da casa grazie a 3 semplici video-lezioni, anche per chi non ha mai ballato. Infatti per ogni coreografia abbiamo creato una video-lezione del ballo finale svolta dai maestri, una video-lezione con la spiegazione delle nozioni essenziali con suggerimenti e consigli, e per ultimo la video-lezione della coreografia, spiegata passo per passo”, spiega ancora Ilaria.

Ma è difficile prepararsi al “Ballo degli Sposi”?

“Se non si è pratici con il ballo come Baby nel film ‘Dirty Dancing’ all’inizio tutto potrebbe sembrare difficile e confuso, con la paura di fare qualche brutta figura, ma in realtà la brutta figura la si fa non preparandosi al momento.

Invece con l’aiuto di maestri qualificati, esperti nel “Ballo degli Sposi”, e la tenacia della coppia, la coreografia comincia pian pian a formarsi e la confusione iniziale fa posto alla sicurezza e all’eleganza dei movimenti.

Infatti con la nostra esperienza garantiamo un risultato eccezionale, da lasciare tutti gli invitati a bocca aperta!” racconta Marco, che sta innovando con questo suo sistema i matrimoni in Italia.

“Sono molto soddisfatto di come si sta diffondendo questo importante momento della cerimonia. Abbiamo creato un network di maestri altamente qualificati in tutta Italia e siamo sempre alla ricerca di nuove scuole di danza che abbiano un curriculum di rilievo per far parte del nostro team, e aiutare gli sposi a realizzare i loro sogni, con la giusta coreografia del “Ballo degli Sposi”.

Altra soddisfazione è che da questa estate i nostri maestri stanno lavorando a pieno ritmo. Stanno registrando infatti il tutto esaurito per mesi e già stiamo procedendo con le lezioni per le coreografie degli sposi per il 2022-23” conclude soddisfatto Marco Zingarelli.

Gli  interessati a saperne di più sul “Ballo degli Sposi” possono visitare il sito internet www.ballodeglisposi.it e la pagina Facebook www.facebook.com/ballodeglisposi.

 

 

Il ballo degli sposi, il nuovo trend dei matrimoni in Italia

Depressione, potente ma non invincibile

Roma, 4 ottobre 2021 – Secondo i dati Istat, in Italia ci sono poco più di 2,8 milioni di depressi. Di questi 1,3 milioni soffrono di depressione maggiore, mentre 1,5 milioni soffrono di disturbi depressivi di vario genere. Approfondendo di più questa analisi statistica scopriamo che i più “colpiti” sono gli anziani, le donne, i meno colti e i più poveri. Detto ciò possiamo capire come questo sia un problema che riguarda davvero molte persone.

Ma come si manifesta la depressione?

Innanzitutto c’é da fare una distinzione tra Disturbo Depressivo Maggiore e Disturbi Depressivi di altro tipo.

Il Disturbo Depressivo Maggiore è caratterizzato da frequenti e intensi stati di insoddisfazione e tristezza, il piacere è assente, anche nel fare le attività quotidiane. L’umore è quasi sempre negativo, i pensieri sono caratterizzati da una pessimismo circa se stessi e il proprio futuro. Ciò che lo caratterizza è soprattutto la durata, infatti permane per lunghi periodi di tempo con serie difficoltà nello svolgere le attività quotidiane.

Gli altri tipi di depressione possono essere invece più lievi e soprattutto transitori. Spesso sono causati da eventi scatenanti, come la Depressione Reattiva.

In generale comunque le persone depresse vivono un forte senso di inadeguatezza, appaiono demotivate e rallentate, ogni passo da fare o decisione da prendere sembra insormontabile.

Secondo Francesca Mero, psicologa del Pronto Soccorso Psicologico “Roma Est”, ”l’ideazione depressiva si mantiene in base a come il paziente si relaziona con se stesso, con gli altri e con il mondo che lo circonda. La depressione quindi è una forma di disagio molto sofferta che si presenta in molti modi, ma tutti accomunati da un medesimo atteggiamento: la rinuncia.

Nei casi più gravi, questo tipo di atteggiamento coinvolge tutte le sfere dell’esistenza, diventando così invalidante. La persona che soffre di depressione tende a non prendere decisioni o a rimandarle di continuo, questo perché si sente debole, incapace, ma soprattutto pensa che tutto questo non potrà cambiare.

Tutto diventa difficile, faticoso, quasi impossibile, vi è una rinuncia continua al tentativo di migliorare la propria vita e questo mette la persona nella condizione di vittima.

Esistono poi altre due modalità che portano al mantenimento e poi al peggioramento del problema:

1) la delega, infatti i pazienti depressi tendono a delegare ad altri (farmaci, famigliari, partner) la responsabilità del loro stare bene;

2) il lamentarsi, infatti alcuni pazienti depressi tendono a lamentarsi continuamente della loro condizione di sofferenza oppure, al contrario, a chiudersi nel silenzio più assoluto.

Si possono poi individuare tre varianti del disturbo depressivo:

– il depresso radicale, colui che crede di essere sempre stato sfortunato;

-l’illuso-deluso degli altri o di sé, cioè colui che si sente tradito o che si è reso conto di non essere ciò che pensava;

– il moralista, ovvero colui che pensa di essere nel giusto e che il mondo sia sbagliato.

Ma si può guarire dalla depressione in tempi brevi?

Si viene sconfitti dalla depressione solo quando si rinuncia.

Con la Terapia Breve Strategica ad esempio vengono messe in atto sequenze di manovre terapeutiche che conducono il paziente ad effettuare, gradualmente, nuove esperienze e un cambiamento concreto.

Ad esempio si fa scrivere al paziente in maniera dettagliata tutte le sue esperienze di insuccesso della vita. Scrivendo ripetutamente le esperienze che l’hanno fatto soffrire, il paziente riesce a canalizzare le proprie emozioni negative, facendole defluire.

Le emozioni non vanno mai bloccate, la canalizzazione è un’arma vincente. Per i pazienti che tendono a lamentarsi della loro vita, si usa la tecnica del pulpito serale, dove vengono coinvolti anche i famigliari. Si concordano uno spazio e un tempo prefissati, dove il paziente possa lamentarsi, evitando però di parlarne durante il resto della giornata (congiura del silenzio). Grazie a questa tecnica il paziente esce fuori dal ruolo di vittima, poiché rende le sue lamentele volontarie e quindi più controllabili.

In molti casi la depressione è un modo disfunzionale di reagire a eventi di vita, mentre si tende a considerarla come una malattia inguaribile, che al massimo può essere tenuta a bada.

Cambiando invece questi modi di reagire disfunzionali, si può uscire in molti casi dalla depressione.
Il segreto è riattivare le risorse personali del paziente.

Nel caso in cui la depressione sia più severa o cronica, il trattamento psicofarmacologico combinato con la psicoterapia è sicuramente più efficace del trattamento esclusivamente con gli psicofarmaci.

Le persone depresse pensano e agiscono basandosi su una prospettiva depressiva, credendo sia la verità assoluta.

Grazie invece all’aiuto psicoterapeutico si possono mostrare al paziente nuove modalità di pensiero e nuovi modi di porsi in relazione con gli altri.

Il migliore modo per guarire dalla depressione diventa quindi passarci nel mezzo, toccare il fondo, per poi risalire.
In tale ottica la depressione rimane potente, ma non diventa invincibile.

”Per aiutare le persone depresse é nato a Roma il Pronto Soccorso Psicologico Roma Est”, spiega Gianni Lanari, psicoterapeuta responsabile della struttura.

I 344 psicologi collaboratori del progetto sono presenti in tutte le regioni italiane e in 22 paesi esteri.

Per accedere al servizio basta chiamare i n. 06 22796355 / 392 9050134 o collegarsi al sito www.pronto-soccorso-psicologico-roma.it.

 

Cellulari, la classifica di come e dove gli italiani lo rompono

Ecco dove e come gli italiani hanno rotto il telefono nell’estate del 2021

Roma, 1 ottobre 2021 – Come e dove gli italiani rompono il telefono?  Anche quest’anno è stata pubblicata la classifica delle regioni e delle nazioni in cui gli italiani hanno rotto di più lo smartphone nelle vacanze estive 2021.

Innanzitutto bisogna specificare  il 93,3% degli italiani ha deciso di rimanere in Italia e solo il 6,7% ha preferito mete estere, magari non troppo lontane dall’Italia.

Al primo posto tra le nazioni in cui gli italiani hanno visto più rotture dello smartphone troviamo la Gran Bretagna, complici probabilmente gli Europei di Calcio e qualche festeggiamento (o imprecazione) di “troppo”.

Proprio a causa degli Europei, sorprendentemente le strade e le piazze – protagoniste di partite decisive grazie ai maxi-schermi – e gli stadi (vero inedito) si trovano in classifica rispettivamente in terza e sesta posizione come luoghi in cui si sono verificate più rotture.

Sul podio in seconda posizione la Grecia (due in più rispetto allo scorso anno) meta preferita in particolar modo dai lombardi, terza la Spagna (l’anno scorso sesta) preferita dagli abitanti del Lazio, e quarta la Croazia che ha mantenuto la stessa posizione del 2020, preferita dagli abitanti del Triveneto.

Passando invece alle regioni, vediamo in classifica al primo posto il Lazio che rispetto al 2020 ha fatto un balzo dalla quattordicesima posizione, con la città di Roma e la provincia di Latina in testa, al secondo posto la Puglia, seguita dalla Sardegna e dalla Sicilia, tutte regioni che negli anni passati si sono piazzate sempre nella parte alta delle classifiche.

Il mare, insieme a piscine e laghi, si rivela anche quest’anno il luogo più pericoloso in assoluto per gli smartphone con il 40.3% delle rotture con un incremento lieve ma costante negli ultimi anni di laghi e piscine.

Secondo WeFix Lab, il Dipartimento Statistico di iFix-iPhone.com, il booking che seleziona i migliori centri assistenza smartphone di zona, che ha effettuato lo studio delle rotture, le cause principali di rottura dei telefoni sono state:

le cadute accidentali ed il contatto con liquidi, tra cui circa un terzo dovuti ad immersione volontaria da parte degli utenti. Siamo sicuri che i fondali del nostro Belpaese siano ricchi di bellezza e le foto sott’acqua molto suggestive, tuttavia – complice forse qualche fraintendimento pubblicitario tra “resistenza agli schizzi” ed “impermeabile” – anche quest’estate i circuiti elettrici dei telefoni ne hanno pagato le conseguenze.

Il Covid si sa, ha cambiato in parte le nostre abitudini e lo ha fatto anche in termini di vacanze, lo dimostra l’incremento di incidenti in camper o in barca luoghi di incidente meno comuni negi anni precedenti.

Altro grande protagonista delle cause di rottura è stato il grande caldo.

A tal proposito i tecnici partner iFix-iPhone.com ricordano che “quando possible andrebbero tenuti ad una temperatura ideale di 22-24° o comunque all’ombra cercando di utilizzarli il meno possibile durante le ore più calde possibilmente mai con esposizione diretta e prolungata a raggi soloari o ancor peggio durante la fase di carica”. Da qui il cedimento da parte delle batterie che mai come quest’anno è stato il danno più comune (44.16%) occorso ai nostri dispositivi.

I più disattenti sono stati i giovanissimi nella fascia d’età 18-24 anni, i più diligenti invece (come sempre del resto) sono gli over 50 in buona compagnia con la fascia d’età 36-44 che per la prima volta scendono nella classifica.

Nessuna differenza invece degna di nota tra donne e uomini che in fatto di “rotture” nell’estate 2021 hanno riportato rispettivamente una percentuale del 48,9 per le donne e del 49,1 per gli uomini.  

Ultima chicca la numerosissima richiesta di genitori che hanno contattato gli uffici iFix-iPhone.com a causa di bambini un pò troppo “vivaci”, che hanno bloccato o distrutto lo smartphone di parenti e amici di famiglia spesso lanciandolo per terra volontariamente…

*Lo studio è stato redatto dal WeFix Lab il Dipartimento Statistico di iFix-iPhone.com, il booking che seleziona i migliori centri assistenza smartphone.

I numeri fanno riferimento alle statistiche relative alla navigazione del sito, le richieste campionate dal supporto della piattaforma ed alle prenotazioni ricevute dalle singole province e regioni italiane oltre che richieste di supporto provenienti da residenti/domiciliati in Italia facenti richiesta dall’ estero per l’Italia, nel periodo 01 Giugno – 31 Ago 2021.

I più curiosi infine al seguente link possono trovare lo studio relativo al 2020 e anni precedenti: www.ifix-iphone.com/classifica-estate-2020.

 

 

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Per informazioni e interviste:

press@ifix-iphone.com

WeFix Srl Via Nepal 29, 00144 Roma Tel. 06 71 30 36 01  

www.ifix-iphone.com  

press@ifix-iphone.com

 

Cagliari: arriva al Teatro Lirico la Vedova Allegra, con Gennaro Cannavacciuolo

Cagliari, 8 giugno 2021 – Il sempre verde delle operette, la Vedova Allegra andrà in scena al Teatro Lirico di Cagliari, dal 16 al 19 giugno nel Parco della Musica in Piazza Amedeo Nazzari, sotto la direzione di Giuseppe Finzi e per la regia di Blas Roca Rey.

Il cast vede Elisa Balbo (16-18) ed Elena Rossi (17-19) nel ruolo di Hanna Glawari, Leonardo Caimi(16-18) e Christian Collia (17-19) interpreteranno il conte Danilo Danilowitsch, Maria Laura Iacobellis(16-18) e Ilaria Vanacore (17-19) Valencienne, Levy Sekgapane (16-18) e Matteo Mezzaro (17-19) saranno Camille de Rossillon, nonché Bruno Praticò nel ruolo del barone Zeta.

Un cenno a parte merita il ruolo del Njegus, affidato a Gennaro Cannavacciuolo e ribattezzato il Njegus d’Italia.

Molti sostengono che sia il ruolo quasi più difficile della partitura: quello di un unico attore circondato da potenti cantanti lirici, rischiando così di venirne inghiottito. Ma l’attore partenopeo tiene talmente bene la scena da emergere prepotentemente.

Non a caso gli viene affidato da anni questo arduo compito dai teatri più prestigiosi: dal San Carlo di Napoli, dal Verdi di Trieste e di Salerno, dal Carlo Felice di Genova, da Filarmonico di Verona, dal Donizzetti e non solo.

L’azione si svolge in una Parigi della Belle Époque ed i personaggi sono nobili e alti funzionari dell’ambasciata dello Stato immaginario europeo di Pontevedro, sull’orlo della bancarotta.

Ci sono tutti gli ingredienti tipici dell’operetta danubiana: un argomento sentimentale con ambientazione presunta-storica, le danze, il matrimonio, l’infedeltà, il denaro, la politica e l’eccentrica mondanità aristocratica, fatua e donnaiola.

Tutti vogliono Hanna Glawary, affascinante vedova di un ricchissimo banchiere, che il regno, sull’orlo del fallimento non può lasciarsi sfuggire. Se la donna sposasse uno straniero, le sue ricchezze sarebbero perdute. Urge quindi un pretendente, ma quello più adatto, il conte Danilo Danilowitsch, non ne vuole sapere e preferisce passare le sue serate nel noto night parigino, Chez Maxim’s…

In un susseguirsi di intrighi, gelosie e quiproquo volti ad ammagliare la ricca ereditiera, il Njegus, cancelliere d’ambasciata, ordisce e trama, cuce e scuce, lega e slega i personaggi.

Un personaggio che Gennaro Cannavacciuolo modella in modo davvero originale, con brio e simpatia, conferendogli, sempre nel rispetto dello stile classico-operettistico, una vena multicolore: estroso, talvolta dispettoso, ma sempre attraente anche quando irritante.

Un gioco da equilibrista insomma e, come sottolinea Sandro Compagnone nel mensile “L’Opera”,l’atout di Cannavacciuolo è la misura, la capacità di non “sbracare” mai, sempre elegante, anche se dovesse dire qualche cialtroneria! Dote di pochi grandi artisti che gli valgono ad ogni rappresentazione meritati applausi a scena aperta”.

Emozione e divertimento assicurati quindi al Parco della Musica che osserverà le normative di sicurezza sanitaria anti COVID-19 e pertanto con platea utilizzabile solo per n. 700 posti, tutti numerati e con distanziamento interpersonale di 1 metro.

Anteprima e repliche si terranno dal 15 al 19 giugno.

Per informazioni e biglietteria rivolgersi al Teatro Lirico, via Sant’Alenixedda, tel. 07040822300704082249.

email: biglietteria@teatroliricodicagliari.it

Sito internet:

www.teatroliricodicagliari.it/it

 

 

Aisla: parte “We love you”, la campagna solidale che sostiene la ricerca sulla Sla

La ricerca sulla SLA e lo sport: la raccolta fondi di Cool UrbanChic ha una doppia anima

Milano, 30 aprile 2021 – Un cuore in acciaio spazzolato. Un ciondolo speciale, intriso d’affetto ma anche di solidarietà, il regalo perfetto per ogni mamma, in occasione della sua festa.

Partirà sabato 1^ maggio la campagna “We Love You”. Il progetto, ideato da Cool UrbanChic, marchio di accessori moda per gli amanti delle due ruote, e promosso da Distanti Ma Uniti, la più grossa community di Home Fitness in Italia, ha l’intento di raccogliere fondi per contribuire alla ricerca sulla SLA e promuovere il ciclismo giovanile.

«In realtà COOL sono io: un ragazzo di 38 anni, un amante dello sport e del ciclismo in particolare che, lentamente, è stato costretto ad abbandonare l’attività fisica in seguito alla diagnosi di SLA e all’avanzare della malattia», spiega Vito Suma, ideatore del gioiello realizzato ad hoc per la campagna.

Dall’incontro online con il team di Distanti Ma Uniti è nata subito una sinergia e l’idea di creare un prodotto, che unisse la passione per l’attività fisica all’amore per la vita, è venuta da sé. Il ciondolo sostiene due associazioni a cui Vito Suma è estremamente legato: l’A.S.D. Pedale Rossoblu-Picenum e AISLA Onlus. Il gioiello realizzato artigianalmente, disponibile sul sito https://cool-urbanchic.olistshops.com, potrà essere ordinato dal 1^ maggio fino a domenica 16. Partirà poi la produzione: per ciascun cuore venduto, 5 euro saranno destinati a entrambe le associazioni coinvolte, beneficiarie dell’iniziativa.

Non è la prima volta che Vito Suma mette la sua arte a servizio di AISLA: nel 2018, in occasione del Natale, insieme a sua moglie Debora, aveva dato vita a “Debby per AISLA” realizzando dei braccialetti portafortuna per contribuire alla raccolta fondi a favore della ricerca sulla SLA.

«Questa campagna rappresenta un messaggio di inclusione sociale. Lo sport è da sempre lo specchio della nostra società e ha il potere di trasmettere modelli di vita e pratiche di comportamento virtuose, così come mette in pratica anche la testimonial d’eccezione di questa campagna Patrizia Saccà, atleta paralimpica e consigliere della giunta del Comitato Italiano Paralimpico», aggiunge Luca Simeone, founder di Distanti Ma Uniti.

Patrizia Saccà, oltre ad aver partecipato a centinaia di tornei internazionali, quattro mondiali, 12 Europei e due Paralimpiadi (bronzo a Barcellona ‘92), è tecnico per lo sport terapia nelle mielolesioni presso le unità spinali. Una testimonial veramente speciale, che ha aperto molte porte e che continua ancora a farlo.

La SLA blocca i muscoli e impedisce i movimenti, ma non può porre freni all’impulso artistico, al realizzarsi di un incontro speciale come quello tra Vito e DMU, al creare con amore. Lo stesso amore che trova casa nel cuore di ogni mamma.

 

 

 

 

 

Covid-19: perché qualcuno ha paura dei vaccini?

Roma, 26 aprile 2021 – A un anno dall’inizio della pandemia da Covid-19, la popolazione mondiale ha cominciato a intravedere la “luce in fondo al tunnel” grazie alla messa a punto e alla diffusione dei primi vaccini contro il virus che ha costretto l’umanità ad un cambio radicale del proprio stile di vita.

Il Sars-coV-2 continua a mietere molte vittime fra coloro che non hanno un sistema immunitario abbastanza forte da reggere l’invasione del virus; per tale scopo i vaccini ricoprono un ruolo fondamentale.

Essi, infatti, permettono all’organismo di riconoscere il virus qualora esso lo incontri e gli forniscono la capacità di debellarlo.

Perché se i vaccini svolgono una funzione così importante e sicura per la nostra salute, c’è chi ne ha paura e decide di rifiutare la vaccinazione?

Gianni Lanari, psicoterapeuta responsabile del Pronto Soccorso Psicologico “Roma Est”, ipotizza che “la paura del vaccino sia riconducibile alla tipologia delle informazioni diffuse sui diversi canali di comunicazione, alla tendenza ad un rapporto di sfiducia tra la popolazione e le autorità sanitarie, ai movimenti no-vax e alle “scorciatoie cognitive” che le persone utilizzano nelle situazioni critiche.

I dati di uno studio condotto dall’Agenas, l’Agenzia Nazionale per i servizi sanitari regionali, in collaborazione con il MeS, Laboratorio Management e Sanità dell’Istituto di Management della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, riportano che nel nostro paese il 17,6% della popolazione non ha intenzione di vaccinarsi.

Lo studio ha coinvolto 12.322 persone residenti in tutte le regioni e province autonome; nello specifico, la fascia più scettica della popolazione sarebbe quella compresa tra i 35 e i 44 anni.

Con l’avvento della pandemia da Covid-19, si è osservata l’esplosione di un’altra “epidemia”: si tratta del fenomeno dell’infodemia, ossia la circolazione di un’eccessiva quantità di informazioni, spesso non accuratamente vagliate, che rendono difficile riuscire ad orientarsi sulla conoscenza di un argomento a causa della frequente mancanza di fonti affidabili.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità si sta occupando da circa un anno di contenere l’ondata di fake news, che hanno cominciato a diffondersi da inizio pandemia.

Le fake news sono notizie deliberatamente false, costruite appositamente per creare confusione e che creano disinformazione; esse sono “contagiose” e viaggiano ad alta velocità, più delle notizie ufficiali.

La misinformazione invece è il fenomeno di diffusione di notizie la cui fonte risulta scarsamente attendibile e che, parallelamente alle fake news trovano terreno fertile su tutti i mass media, in particolare i social network sui quali il controllo delle fonti non è rigoroso.

La tragica conseguenza di questi due fenomeni è l’impossibilità per le persone e la società tutta di formarsi un’unica opinione forte, autorevole e affidabile (opinion leadership), restando in un limbo fatto di incertezza, confusione, cause di ansia, incertezza, scetticismo e sfiducia.

Anche le fonti istituzionali, sembrano tendere, a volte, a diffondere delle informazioni contraddittorie. Questa modalità comunicativa tende a generare un sentimento di diffidenza nei confronti delle autorità pubbliche e sanitarie, con possibili drammatiche conseguenze che riguardano le scelte che un individuo compie per la propria salute.

Di fronte ad una tale situazione di fragilità delle certezze, l’individuo si trova ad affrontare una condizione critica, di malessere e instabilità. Quando ci si trova in tali condizioni il sistema neurobiologico umano percepisce uno stato di allerta e questo porta la mente a valutare le informazioni disponibili nell’ambiente circostante in modo sbagliato. Si parla di bias, scorciatoie cognitive, che hanno come scopo evolutivo la valutazione di stimoli esterni in modo da preservare la sopravvivenza dell’organismo.

Qual è il bias che subentra di fronte alla decisione “mi sottopongo oppure no a vaccinazione”?

Essi in realtà sono molteplici. L’associazione con un evento avverso è uno di questi: di solito quando la mente umana si trova a dover valutare un rischio, la risposta dovrebbe risultare da un calcolo razionale fra la possibilità che una cosa avvenga e la gravità dell’avvenimento stesso; tuttavia questo calcolo non avviene sempre in maniera razionale, perché subentra la componente della “percezione di controllo” su quel determinato evento che conduce a scelte razionalmente sbagliate. Un esempio di valutazione irrazionale, dettata dalla percezione di scarso controllo, è la scelta di viaggiare in auto piuttosto che in aereo.

Statisticamente, i viaggi in aereo sono molto più sicuri di quelli in auto (nel senso che viene registrato un quantitativo di sinistri in auto maggiore di quelli in aereo), eppure la guida dell’auto risulta immediatamente più sicura per il semplice fatto che del mezzo si può avere maggior controllo.

Allo stesso modo, il non sapere con precisione cosa un vaccino contenga, sottrae all’individuo la percezione di controllo sulla propria salute: di fatto, ciò che una persona “vede” durante la somministrazione di un vaccino è solo del liquido sconosciuto che viene iniettato nel proprio corpo. La scarsa confidenza con le procedure mediche e i meccanismi sottostanti il funzionamento dei farmaci, in questo caso dei vaccini, è un altro bias cognitivo che destabilizza l’individuo e non gli permette di procedere con la vaccinazione.

Al momento della scelta riguardante il sottoporsi o no a vaccinazione, un altro errore cognitivo che può subentrare è quello del bilancio tra pro e contro dettato dalla percezione del proprio stato di salute in quel preciso momento.

È facile pensare a come un individuo sano, in buona salute fisica, privo di sintomi legati alla malattia per la quale dovrebbe vaccinarsi, tenda a non sentire la necessità di proteggersi e ad avere una percezione amplificata di quelli che sono i possibili effetti collaterali della vaccinazione.

Gli effetti collaterali, infatti, non sono da escludere, poiché con i vaccini è frequente osservare la risposta immunitaria dell’organismo con l’insorgenza di alcuni sintomi di breve durata e in piccola percentuale; tuttavia, tale possibilità, per una persona che nutre sfiducia e timore, è causa di rifiuto.

Su questo specifico timore, il movimento degli anti-vaccinisti, o no-vax, costruisce le sue teorie a favore del rifiuto delle vaccinazioni.

Non bisogna comunque dimenticare che i vaccini sono strumenti utili per la prevenzione di malattie che potrebbero anche essere mortali o comunque provocare gravi problemi di salute o disabilità permanenti. È grazie alle vaccinazioni che malattie come il morbillo, la parotite, la rosolia o la pertosse che secoli fa hanno avuto una diffusione epidemica, oggi sono state debellate.

È possibile immaginare come allo stesso modo, grazie alle vaccinazioni di oggi, anche il Covid-19 possa domani essere un lontano ricordo.

Qual’è dunque l’arma per sconfiggere lo scetticismo di massa e porre fine al sentimento di sfiducia nelle autorità?

La dr.ssa Maria Giovanna Ginni, psicologa del Pronto Soccorso Psicologico “Roma Est”, sostiene che sia “necessario partire dall’ascolto dei dubbi e delle paure, favorendo la vicinanza comunicativa, chiara ed efficace tra esperti e non esperti. È importante aiutare il personale sanitario a migliorare la comunicazione con i propri pazienti, tenendo conto di tre fattori principali: l’analisi delle caratteristiche psicologiche associate all’esitazione e alla resistenza ai vaccini, il tener conto delle emozioni al momento della comunicazione dell’efficacia del vaccino, la capacità di fornire all’ascoltatore gli strumenti per sviluppare un pensiero critico. È necessario insegnare ai non esperti in materia sanitaria a saper scegliere tra le fonti attendibili e le fake news, a capire quali siano le reali evidenze scientifiche piuttosto che limitarsi a prescrivere pillole di verità da accettare acriticamente.

Di fronte alla chiarezza, il dubbio si riduce. Di fronte alla fiducia che l’altro possa capire e imparare a pensare, si manifesta la razionalità del pensiero collettivo”.

Al riguardo il Pronto Soccorso Psicologico “Roma Est” ha deciso di offrire un servizio di aiuto per gestire in maniera funzionale tutte le paure, tra cui la paura dei vaccini.

La rete del Pronto Soccorso é composta da 305 psicologi presenti in tutte le regioni italiane e in 20 paesi esteri, come Regno Unito, Hong Kong, Messico, Russia, Argentina, Grecia, Kenya, Ghana, Brasile, Portogallo, Serbia, Romania, Bulgaria, Egitto, Giordania, Pakistan, Azerbaijan, India, Spagna e Svizzera.

Per contattare il servizio, offerto in 22 lingue e a prezzi sociali, telefonare al n. 0622796355 o al n. 3491874670, o collegarsi al sito www.pronto-soccorso-psicologico-roma.it.

 

 

 

 

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