
Quanti ricordano ancora lo spirito e i concetti di fondo del lontano Protocollo di Kyoto con cui i paesi di tutto il mondo si impegnavano a contrastare il riscaldamento globale e l’effetto serra?
Pochi, probabilmente, e ancora meno sono quelli che ne hanno veramente tentato di abbracciare le linee guida più concrete in termini di sostenibilità.
Uno dei nodi fondamentali del Protocollo era stata la capacità di conciliare in qualche modo lo sviluppo economico e industriale dei paesi aderenti in una formula di compromesso con quella ‘sostenibilità ambientale’ che proprio allora iniziava a muovere i suoi passi tra le parole d’ordine degli ambientalisti di tutto il mondo.
Se volessimo riassumere in poche righe l’anima degli accordi presi a Kyoto potremmo avvantaggiarci dei concetti di ‘riduzione’ e di ‘riparazione’, applicati ai valori di emissione dei gas serra.
1 – Ridurre l’impatto ambientale dei processi produttivi ottimizzandone l’efficienza e adoperando tecnologie finalizzate al risparmio eneregetico.
2 – Compensare le emissioni dei gas serra dei processi industriali con politiche ed interventi diretti all’attivazione di processi riparatori del ciclo dell’anidride carbonica; in altre parole compensando le emissioni industriali con opere di riforestazione e rimboschimento atte ad azzerare il surplus di anidride carbonica che altrimenti ‘inquinerebbe’ ulteriormente il pianeta, con una progressione sempre più irreparabile.
La logica della ‘compensazione’ era senz’altro contradditoria, secondo molti, perchè non impediva in effetti l’accumulo di emissioni da parte dei paesi industrializzati; ma si trattava comunque di una prima conquista importante in termini di civiltà collettiva e – molto più concretamente – una mossa efficace in termini di contenimento dei processi di inquinamento ambientale e di alterazione climatica.
Le politiche di risparmio energetico, da una parte, e l’opera di ‘compensazione’ ambientale, dall’altra, può essere ancora oggi, a distanza di tanti anni da Kyoto, la carta vincente per coniugare lo sviluppo economico con l’istanza ambientale.
Il messaggio che è ‘passato’ è che chiunque deve fare la sua parte.
Non esiste persona, non esiste settore dell’economia che possa oggi evitare di mettere in primo piano della propria agenda l’impatto ambientale del proprio lavoro e della propria esistenza.
Questo genere di considerazioni non possono che farmi guardare con vivo interesse quelle iniziative volte ad ‘interpretare’ tali principi ecologici mettendoli in pratica materialmente.
E’ il caso del nuovo brand lanciato sul mercato dalla compagnia assicurativa Direct Line, Ben Assicura, completamente votato alle logiche del risparmio e dell’impatto zero a livello ambientale.
Non solo per ‘farsi pubblicità’: il marchio Ben Assicura fa del risparmio e dell’ottimizzazione delle risorse un caposaldo del suo concept di mercato.
Oltre a minimizzare gli scambi cartacei, puntando al 100% sulla comunicazione online con il cliente finale, Ben Assicura premia l’automobilista che non fa incidenti, come è ovvio, ma che ha anche comportamenti di guida virtuosi ed ‘ecologici’ (come per chi percorre pochi chilometri in un anno, o per chi acquista un’auto nuova a bassa emissione).
Ma soprattutto Ben Assicura partecipa davvero al progetto Impatto Zero di LifeGate, che finanzia direttamente programmi di rimboschimento in diverse zone del pianeta, tra cui l’Italia e – soprattutto – il Costa Rica.
Per garantire l’impatto zero di Ben Assicura è stata prevista la riforestazione e la successiva tutela di un’area di 100 mila metri quadri di foresta pluviale in Costa Rica.
Non proprio un’aiuola di fiori colorati, insomma, ma qualcosa come 13 campi di calcio ricoperti di alberi ad alto fusto, cui vanno aggiunti la vegetazione spontanea e il sottobosco pluviale.
Niente male davvero!

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