Roma, 1 luglio 2025 - Nelle profondità dei mari che avvolgono il globo si cela una crisi silenziosa ma di proporzioni epiche, che minaccia l’integrità stessa degli ecosistemi marini. La pesca industriale, alimentata da una domanda apparentemente insaziabile di prodotti ittici, sta erodendo la vita marina a livelli prima inimmaginabili, ponendo a…

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Mare al collasso: i numeri shock della pesca industriale, che ci stanno portando al disastro

Roma, 1 luglio 2025 - Nelle profondità dei mari che avvolgono il globo si cela una crisi silenziosa ma di proporzioni epiche, che minaccia l’integrità stessa degli ecosistemi marini. La pesca industriale, alimentata da una domanda apparentemente insaziabile di prodotti ittici, sta erodendo la vita marina a livelli prima inimmaginabili, ponendo a serio rischio la sopravvivenza di innumerevoli specie e l’equilibrio degli habitat sottomarini. 

Uno studio di Fishcount e Ciwf  pubblicato sulla rivista Animal Welfare dal titolo “Estimating global numbers of fishes caught from the wild annually from 2000 to 2019“, ha gettato luce su cifre allarmanti, evidenziando un dato inquietante: ogni anno, si stima che tra 1,1 e 2,2 trilioni di pesci selvatici vengano estratti dagli oceani, una quantità astronomica che eclissa il numero di qualsiasi altro gruppo di vertebrati utilizzati per il consumo umano o per l’allevamento.

Un oceano in pericolo: la realtà numerica della crisi

L’anno 2019 si è rivelato un momento cruciale per la consapevolezza globale sull’impatto devastante delle attività umane sugli oceani. Uno sguardo approfondito allo studio di riferimento rivela che, in quel solo anno, i pesci selvatici catturati hanno rappresentato l’87% del totale dei vertebrati destinati all’alimentazione umana o animale. 

Questa percentuale non soltanto getta luce sull’enorme dipendenza che l’umanità ha nei confronti delle risorse marine, ma espone anche una realtà scomoda e profondamente inquietante: tra 490 e 1.100 miliardi di questi esseri viventi, molti dei quali appartengono a specie di piccole dimensioni cruciali per la biodiversità marina, vengono ridotti a farina di pesce e olio ogni anno. 

Questi derivati non sono destinati al consumo umano diretto ma servono piuttosto come mangimi per l’allevamento di altri animali: il 70% della farina di pesce e il 73% dell’olio di pesce sono impiegati nell’acquacoltura per nutrire pesci e crostacei in allevamenti intensivi.

Questi numeri, tratti direttamente dallo studio, offrono una prospettiva chiara sull’entità dello sfruttamento marino: la conversione di una così grande quantità di vita marina in prodotti secondari per l’agricoltura intensiva mette indubbiamente in discussione la sostenibilità a lungo termine di un sistema che privilegia l’efficienza produttiva a scapito della salute degli oceani e della biodiversità.

Inoltre, queste pratiche di pesca non discriminata mettono a rischio la stabilità degli ecosistemi marini, con effetti a catena che possono influenzare la sicurezza alimentare umana, la salute degli oceani e il benessere complessivo del nostro pianeta. La perdita di biodiversità causata dalla pesca eccessiva e non selettiva minaccia il delicato equilibrio necessario per mantenere funzionanti gli ecosistemi marini, portando a conseguenze potenzialmente irreversibili per la nostra sicurezza alimentare e per l’ambiente globale.

Ripercussioni profonde sulla biodiversità e sull’ecosistema marino

L’incessante prelievo di miliardi di pesci dalle profondità oceaniche ogni anno porta con sé effetti devastanti che trascendono la semplice diminuzione numerica delle specie. In particolare, la pesca su vasta scala di piccole specie, fulcro della catena alimentare marina, causa un vero e proprio collasso ecologico. Questi organismi, spesso trascurati nelle discussioni sulla conservazione, sono essenziali per il mantenimento dell’equilibrio degli ecosistemi marini; la loro decimazione porta a squilibri profondi che mettono in pericolo l’esistenza di intere catene alimentari, dalle più piccole creature fino ai grandi predatori.

La perdita di biodiversità si estende a una compromissione della funzionalità degli ecosistemi marini. Gli oceani, che svolgono ruoli cruciali nell’equilibrio del nostro pianeta, dalla regolazione dei cicli climatici all’assorbimento di significative quantità di CO2, si trovano sotto una pressione senza precedenti. Questa erosione della biodiversità minaccia di alterare irrimediabilmente i servizi ecosistemici vitali che gli oceani forniscono, con implicazioni che vanno ben oltre la sfera ambientale, toccando

  • la sicurezza alimentare
  • la protezione dalle calamità naturali
  • il benessere umano in generale.

La distruzione di habitat critici, come i fondali marini e le barriere coralline, aggravata dalla pesca con tecniche distruttive come il trawling di fondo, accelera ulteriormente il declino della biodiversità marina. Queste pratiche rimuovono indiscriminatamente grandi quantità di vita marina e alterano anche l’ambiente fisico in cui queste specie vivono, rendendo la ripresa e la rigenerazione degli habitat ancora più difficile.

Questioni etiche inerenti alla pesca industriale: una rivalutazione necessaria

La pesca industriale, con le sue vaste reti che inghiottono trilioni di esseri viventi ogni anno, ci costringe a confrontarci con dilemmi etici di notevole peso. Al centro di questa riflessione vi è la consapevolezza crescente dell’importanza del benessere animale e del riconoscimento dei pesci come esseri senzienti. La realtà che emerge dalle acque profonde e tumultuose è quella di un’industria che, nella sua incessante ricerca di profitto, tratta gli organismi marini non come esseri senzienti, ma come mere risorse da sfruttare al massimo.

Phil Brooke, referente di Fishcount (coautore dello studio), mette in evidenza una realtà spesso trascurata: il numero impressionante di pesci selvatici catturati ogni anno e le conseguenti implicazioni etiche

Brooke afferma infatti:

“Il nostro ultimo studio Fishcount mette in luce il numero impressionante di pesci selvatici catturati annualmente, con implicazioni etiche sia per le pratiche di pesca che per l’allevamento ittico. Innanzitutto il benessere dei pesci catturati in natura, sia durante che dopo la cattura, è compromesso. Ogni singolo pesce – sia esso grande o piccolo – può provare dolore, proprio come gli altri animali, eppure durante la cattura viene sottoposto a terribili sofferenze e macellato senza stordimento. È necessario intervenire quanto prima.”

Questa affermazione getta luce su un aspetto cruciale della pesca moderna: la sofferenza degli animali acquatici. Nonostante la crescente consapevolezza riguardo al benessere degli animali terrestri, la condizione dei pesci rimane spesso marginale nelle discussioni etiche. La cattura selvatica non solo comporta un’enorme mortalità, ma solleva anche preoccupazioni significative per il modo in cui questi animali vengono trattati durante e dopo la cattura.

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