Le lauree più efficaci per trovare lavoro

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Milano, 29 novembre 2022 – Quanto una laurea può fare la differenza sul mercato del lavoro? E quali sono le lauree che risultano maggiormente spendibili? Per rispondere a queste domande risulta particolarmente utile il report annuale dell’OCSEEducation at a Glance 2022“, il quale presenta tra gli altri anche dati relativi all’Italia. E questi dati confermano per l’appunto che il tasso di occupazione dei laureati nel nostro Paese è nettamente superiore a quello dei non laureati: se infatti guardando ai laureati tra i 20 e i 64 anni il tasso di occupazione è al 79,2%, concentrandosi sulle persone con il solo diploma la percentuale si abbassa al 65,2%. Non si tratta peraltro unicamente di occupazione.

Anche lo stipendio dei laureati si presenta maggiore, tanto che, guardando all’arco dell’intera vita lavorativa, il guadagno di chi possiede una laurea è mediamente doppio rispetto a quello di chi non vanta un titolo di istruzione secondaria superiore. Questo sapendo che in Italia a un anno dal conseguimento della laurea si percepisce uno stipendio medio di 1.340 euro, media che sale a 1.407 nel caso delle lauree di secondo livello.

«La laurea figura come requisito fondamentale in un numero sempre più alto di ricerche di personale» spiega Carola Adami, fondatrice di Adami & Associati, società specializzata nella selezione di personale qualificato e nello sviluppo di carriera. «Ma va sottolineato anche che nel nostro paese il numero di laureati resta ancora relativamente basso, con poco più del 20% della popolazione in possesso di un titolo di questo tipo, contro alla media UE del 32% circa», mette in evidenza l’head hunter.

Di certo non passare per l’università non vuol dire restare esclusi dal mercato del lavoro: come sottolinea Adami «ci sono settori in cui il fabbisogno di diplomati resta altissimo: penso ai trasporti e alla logistica, al settore agro-alimentare, alle costruzioni, al settore amministrativo e via dicendo».

Non va peraltro dimenticato che non tutti i percorsi di laurea presentano poi la stessa spendibilità del titolo sul mondo del lavoro. Guardando ai dati Ocse si scopre per esempio che la laurea che permette di trovare più facilmente il lavoro in Italia resta quella in Medicina, con un tasso di occupazione pari all’89%, pari peraltro a quello delle lauree in Professioni sanitarie e in Servizi Sociali.

É all’88% il tasso di occupazione di chi possiede una laurea in Ingegneria oppure in Informatica, e si attesta all’85% quello di chi può vantare una laurea in Economia. Risulta invece più difficile trovare lavoro con una laurea in facoltà Umanistiche o in Arte: in questi casi il tasso di occupazione è del 76%, in ogni caso superiore a quello di chi possiede il solo diploma.

 

 

 

 

 

Studiare all’estero: High School o Università americana?

Bologna, 21 novembre 2022 – Frequentare un anno scolastico all’estero è sempre più in auge tra gli adolescenti italiani, ma un cambiamento è in arrivo. Con un aumento del 38% rispetto al 2016, e del 191% rispetto al 2009, questa esperienza si conferma fondamentale per i ragazzi di oggi, consapevoli dell’importanza di diventare cittadini del mondo.

Una riflessione post pandemia è tuttavia necessaria. Da un lato ci sono gli studenti, pronti più che mai a mettersi in gioco e a confrontarsi con un sistema scolastico diverso, desiderosi di stringere nuove amicizie per la vita dopo questi ultimi anni di rinunce sociali.

Dall’altro ci sono le famiglie che decidono di ospitare, di aprire le proprie porte e accogliere un adolescente, in nome di uno scambio culturale, senza quindi alcuna retribuzione. Famiglie che però fanno sempre di più i conti con la crisi economica attuale.

Tra le destinazioni più in difficoltà ci sono gli Stati Uniti – notoriamente la scelta più gettonata – che accolgono migliaia di studenti da tutto il mondo. Negli ultimi due anni trovare famiglie ospitanti per tutti sta diventando una sfida enorme, e qualche studente ha dovuto ripiegare su altre mete.

Come fare quindi per vivere il tanto desiderato American Dream?

Posticipare la partenza dopo il diploma e frequentare un campus universitario americano risponde perfettamente a questa domanda. Non solo, permetterebbe ai giovani italiani di orientarsi sul proprio futuro.

I campus americani sono un microcosmo ideale per gli studenti, tutto è pensato per loro, dal vitto all’alloggio, dalle attività extracurriculari a quelle lavorative, per potersi mantenere le piccole spese. L’offerta formativa è incredibile: gli studenti nei primi due anni possono frequentare corsi diversi, per orientarsi e decidere consapevolmente in cosa laurearsi.

Il Nord Europa considera fondamentale un gap year di orientamento post diploma, prima di iniziare l’università. In Italia prendersi un anno sabbatico è stato spesso considerato un anno perso, ma se quest’anno fosse invece sfruttato per sostenere esami universitari, potenziare il livello di inglese, vivere in un ambiente internazionale e lasciare un’impronta riguardevole sul proprio CV?

Se a spaventare sono i costi, il programma Campus USA di Mondo Insieme e di Go Campus rasserena le famiglie italiane con la garanzia di borse di studio che coprono fino al 70% dei costi annuali di vitto, alloggio e studi. E se l’anno all’estero diventa una scelta di vita, gli studenti possono completare il percorso di studi negli USA e laurearsi a tutti gli effetti, portandosi dietro la borsa di studio per gli anni necessari.

“Avere un’esperienza a stelle e strisce nel CV è un fiore all’occhiello per gli studenti italiani” – commenta il Direttore di Mondo Insieme, Livio Ceppi, “che sia un anno in famiglia, in una boarding school – l’equivalente cioè dei nostri Convitti – o appunto presso un’università americana”.

Per saperne di più è in programma una presentazione del Menlo College – prestigiosa Business School della Silicon Valley, in California – in data 22 novembre.

Ulteriori webinar previsti nel 2023: Southern Utah University (Utah), North Park University (Chicago, Illinois), Northern Arizona University (Flagstaff, Arizona), Stetson University (Deland, Florida), Truman State University (conosciuta come la Harvard del Midwest a Kirksville, Missouri), College of Charleston (Charleston, South Carolina), Boise State University (Boise; Idaho), ecc.

Maggiori informazioni sui webinar online e gli incontri informativi con le università americane sono reperibili sul sito intrrnet www.mondoinsieme.it, e alla info@mondoinsieme.it, o al tel. 051 6569257.

 

 


Dagli studenti della Unifg nasce Sportability, l’App per i disabili

Dall’università, al gaming alla ricerca applicata: arriva Sportability, la nuova app per i servizi ai disabili

Foggia, 18 novembre 2022 – All’Università di Foggia, l’innovazione tecnologica parte dagli studenti. Questo lo spirito dell’evento Hackathon del Dipartimento di Studi Umanistici (DISTUM) di Foggia, nato sotto il nome di “DigiEduHack” nel 2019 da un’idea del Professor Pierpaolo Limone, Rettore e Professore Ordinario di Psicologia dello sviluppo e dell’educazione, e ormai giunto alla sua terza edizione, lo scorso ottobre 2022 (Bootcamp Unifg).

Sportability, l’App dei  servizi ai disabili

A vincere la competizione, che ha visto il coinvolgimento di centinaia di studenti Unifg, è stata l’idea di Sportability, una app dedicata ai servizi per le persone con disabilità.                        Nel corso del “Wellbeethon”, sono state individuate le sei aree del benessere sulle quali i partecipanti hanno incentrato i propri progetti innovativi: benessere ambientale, benessere socio-relazionale, benessere culturale, benessere organizzativo, benessere fisico-alimentare e benessere psicologico. A ispirare gli studenti su questi temi, un ampio ventaglio di speaker, tra cui medici, artisti, psicologi, imprenditori e attivisti.

Oggi la versione beta di Sportability vede la luce, grazie alla collaborazione con un’azienda specializzata del settore; a breve, partirà una serie di sperimentazioni dell’app con gli studenti Unifg.

L’Hackaton, fonte di innovazione e soluzioni creative

Che cos’è un Hackathon?  Si tratta di un evento che vede gli studenti protagonisti attivi di un processo creativo, volto alla progettazione di soluzioni tecnologiche innovative: i partecipanti, divisi in squadre, sono chiamati a ideare un prodotto digitale in un’unica sessione creativa di ventiquattr’ore, sotto la guida di esperti del settore e coach motivatori.

Dopo il difficile biennio di pandemia, che ha visto una sospensione globale delle attività didattiche in presenza, il Learning Science Hub diretto dal Prof. Limone ha dato vita a “Wellbeethon: la Maratona del Benessere”, un Hackathon in presenza tenutosi tra 12 e 13 maggio 2022, vincitore del concorso nazionale “University 4 EU. Il tuo futuro, la nostra Europa” promosso dalla Conferenza dei Rettori delle Università Italiane (CRUI).

Risultati e processi del Wellbeethon saranno raccontati in un volume di prossima uscita, per i tipi dell’editore milanese FrancoAngeli, mentre una prima divulgazione degli stessi è avvenuta in occasione del Convegno nazionale DidaMatica 2022, organizzata dall’Associazione italiana per l’Informatica e il Calcolo Automatico.

La prossima edizione dell’Hackathon si terrà in primavera, a marzo 2023, e avrà come obiettivo quello di promuovere soluzioni tecnologiche creative per affrontare al meglio il percorso di studi universitari.

 

Studio energia nucleare: per i Prof. Mele e Magazzino una scelta ecosostenibile

Uno studio italianopubblicato sulla prestigiosa rivista Structural Change and Economic Dynamics della Elsevier ritiene il nucleare una scelta ecosostenibile per l’Italia

Roma, 16 novembre 2022 – Il nucleare potrebbe rappresentare una scelta ecosostenibile per l’Italia affamata di energia. Ad affermarlo lo studio dei  Prof. Mele e Magazzino, pubblicato sulla prestigiosa rivista Structural Change and Economic Dynamics della Elsevier.

In questi giorni si sta tenendo la COP27 di Sharm El Sheikh e nonostante alcune critiche relativamente all’incapacità dei governi presenti di raggiungere accordi condivisi per contrastare il fenomeno del riscaldamento globale, tale conferenza resta molto importante. La struttura della COP prevede due fasi d’azione che si devono muovere parallelamente.

La prima è quella dei negoziati dove i politici e delegati del UNFCCC conducono le trattative vere e proprie; l’altra è la cosiddetta Green Zone dove imprese, centri studi e università propongono le loro soluzioni ai governi fornendo, così, strumenti utili per un’azione congiunta contro la crisi climatica.

In questo contesto è intervenuto il Ministro dell’ambiente e della sicurezza energetica dell’Italia il quale ha affermato: “Io sono favorevole all’utilizzo del nucleare“, ma “la valutazione sul nucleare va oltre l’Italia, ritengo vada fatta a livello di Unione Europea“, perché “si tratta comunque di energie per il futuro“.

Che l’energia nucleare abbia sempre rappresentato un dilemma per l’Italia è una questione che va avanti da anni. Ciononostante, vuoi per la crisi energetica, vuoi per la consapevolezza che l’indipendenza dall’import energetico rappresenta una condizione importante per ogni paese, per la prima volta da molti anni, nei programmi della maggioranza dei partiti del nuovo Parlamento, c’è stata l’apertura all’energia nucleare.

In questo ambito si inserisce la ricerca dei Prof. Marco Mele e Cosimo Magazzino, rispettivamente delle università Unicusano e Roma Tre, i quali hanno recentemente pubblicato uno studio sulla prestigiosa rivista Structural Change and Economic Dynamics della Elsevier. I due studiosi, attraverso dei complessi processi di equazioni differenziali alle derivate parziali hanno dimostrato come l’energia nucleare potrebbe rappresentare una scelta economica ed ecologica sostenibile.

In particolare, analizzando il caso del Belgio, ma replicabile per l’Italia, Mele e Magazzino hanno evidenziato come nel breve-medio periodo l’energia nucleare produce le stesse quantità di CO2 delle energie rinnovabili garantendo, però, un flusso continuo di energia per il paese non possibile, invece, da altre fonti green.

Pertanto, questo importante risultato rappresenterebbe la risposta a molti scettici che affermano, erroneamente, elevati livelli di inquinamento dell’energia nucleare.

 

I Prof. Mele e Magazzino

Lavoro: ecco il carattere giusto per fare carriera

Milano, 7 novembre 2022 – Due studi effettuati dai ricercatori dell’Università della California a Berkeley hanno messo in luce le caratteristiche caratteriali che risultano più efficaci per fare carriera. Nel concreto, i partecipanti sono stati contattati una prima volta al momento del loro ingresso nel mondo del lavoro, occasione durante la quale sono stati sottoposti a un test di personalità. Le medesime persone sono poi state contattate 14  anni dopo, così da poter raccogliere informazioni sui loro avanzamenti di carriera e sulla posizione ricoperta in azienda.

Si è scoperto così che le persone che risultano maggiormente aggressive e con tendenze manipolatorie, sul lungo termine, risultano svantaggiate rispetto a persone mosse da lealtà, cortesia e generosità. Il doppio studio di Berkeley va quindi a sfatare il mito secondo il quale, per fare carriera, sia necessaria anche una buona dose di egoismo e di sfrontatezza, mettendo in luce come un comportamento prevaricatore o intimidatorio finisca per nuocere agli avanzamenti di carriera.

Lo conferma anche Carola Adami, fondatrice di Adami & Associati, società internazionale di head hunting: «il nostro team di cacciatori di teste seleziona regolarmente figure manageriali per aziende dei più differenti settori, per poi seguirne gli avanzamenti all’interno delle aziende» spiega Adami «ed è un fatto che le persone maggiormente propense all’ascolto e alla costruzione di relazioni interpersonali stabili riescono a ottenere più agevolmente e rapidamente dei riconoscimenti in termini di sviluppo di carriera».

Per questo motivo, nella consapevolezza che la presenza di determinate attitudini e soft skill risultano premianti per le aziende che assumono nuovi talenti «già nella fase di selezione di personale qualificato i nostri cacciatori di teste prestano particolare attenzione a questi aspetti, testando non solo le capacità di problem solving, non solo la motivazione e la capacità di prendere l’iniziativa, ma anche la disposizione verso i colleghi e la capacità di ascolto attivo» sottolinea l’head hunter.

Ecco allora che avere una buona disposizione nei confronti dei propri colleghi, insieme a una buona dose di altruismo, aiuta sia nella ricerca di un nuovo soddisfacente lavoro, sia nella scalata al potere all’interno delle aziende. Va peraltro sottolineato che ulteriori studi hanno indicato altre caratteristiche cruciali per fare carriera: un lavoro realizzato dall’Università del Colorado in collaborazione con il National Institute on Aging e con la Johns Hopkins Bloomberg School of Public Health ha dimostrato per esempio che la soddisfazione sul lavoro e il reddito sono maggiori nelle persone che si dimostrano coscienziose ed emotivamente stabili, coniugando quindi senso di responsabilità e controllo dello stress.

 

 

Perché non trovo lavoro? I consigli dell’head hunter

Milano, 27 ottobre 2022 – Perché non trovo lavoro? C’è chi, preoccupato, se lo domanda appena pochi giorni dopo avere avviato la ricerca di una nuova occupazione, e magari ancora prima di aver effettuato un colloquio. Ma c’è anche chi si ritrova a ripetersi questa domanda dopo settimane o mesi spesi a rispondere ad annunci per nuove posizioni e a partecipare a delle job interview. Perché in alcune occasioni risulta effettivamente così difficile trovare un nuovo lavoro, con la ricerca che si prolunga insopportabilmente nel tempo? I fattori possono essere davvero tanti.

Come sottolinea Carola Adami, fondatrice di Adami & Associati, società internazionale di head hunting specializzata nella selezione di personale qualificato e nello sviluppo di carriera, è possibile suddividere questi motivi in due grandi gruppi: «da una parte ci sono tutti i fattori che dipendono dall’esterno, sui quali non è possibile intervenire; pensiamo per esempio ai momenti di recessione, oppure alle stagionalità dei diversi settori».

Dall’altra parte ci sono invece «i fattori endogeni, legati al candidato stesso, relativi alla sua esperienza professionale, alla sua personalità, e al suo modo di presentarsi; su questi è ovviamente possibile intervenire».

I CONSIGLI PER TROVARE LAVORO

Cosa dovrebbe fare dunque una persona che è alla ricerca di un nuovo lavoro da tempo?

Prima di tutto, sottolinea l’head hunter di Milano, è fondamentale non abbattersi: «perdersi d’animo è un errore, e potrebbe rendere ancora più difficile trovare una nuova occupazione».

Sapendo che si può fare ben poco per eliminare eventuali fattori esterni che stanno rendendo difficoltosa la ricerca di un nuovo lavoro, è bene concentrarsi sulla propria figura e la propria presentazione, per aumentare in modo concreto le possibilità di essere selezionati per l’assunzione al prossimo colloquio di lavoro. Ecco quindi i consigli di Carola Adami:

Prima di rispondere a un annuncio di lavoro, assicurarsi sempre che quella possa essere la posizione giusta per le proprie competenze e i propri obiettivi: è sempre meglio effettuare poche candidature ben curate che perdere tempo a mandare 10 candidature al giorno;

Aggiornare e migliorare il proprio curriculum vitae, ottimizzando in vista del ruolo per il quale si intende effettuare la prossima candidatura. Così facendo si avranno maggiori possibilità di passare la prima scrematura dei cv;

Accompagnare sempre il cv con una lettera di presentazione scritta appositamente per quella candidatura, mostrando in queste poche righe qual è il valore aggiunto che si può apportare all’azienda;

Se possibile, accompagnare il proprio curriculum vitae con una lettera di referenze;

Migliorare la propria immagine online, rimuovendo da Facebook eventuali contenuti che potrebbero allontanare un selezionatore, e completando il proprio profilo su LinkedIn. Sono infatti sempre di più i recruiter che, per avere maggiori informazioni su un candidato, effettuano delle ricerche online più o meno approfondite prima di decidere se convocarlo o meno a un colloquio di lavoro;

Allenarsi in vista del colloquio di lavoro, lavorando sulla propria presentazione, sulle risposte alle domande più frequenti e sull’esposizione dei propri punti di forza;

Non dimenticare mai di studiare l’azienda presso la quale ci si sta candidando: sapere qualcosa in più sul potenziale datore di lavoro permetterà di affrontare il processo di selezione in modo più efficace.

 

Lavoro: cos’è il Quiet Quitting e perché può mettere in difficoltà le aziende

Milano, 4 ottobre 2022 – Il fenomeno delle “Grandi dimissioni” continua a essere centrale a livello nazionale. Stando agli ultimi dati pubblicati dall’Osservatorio sul Precariato dell’Inps, in Italia nel primo semestre del 2022 oltre 1 milione di persone ha deciso di dare le dimissioni dal proprio posto di lavoro. Se il numero assoluto è già di per sé impattante, il confronto con il 2021 sottolinea la forte dinamicità del mercato: rispetto al primo semestre dell’anno scorso le dimissioni sono cresciute del 31,73%, in parallelo a un incremento del 26% delle assunzioni. Il saldo complessivo è in ogni caso positivo, con 946mila nuovi posti di lavoro.

A livello internazionale, però, sembra che il fenomeno delle “Grandi dimissioni” stia lasciando progressivamente spazio a un nuovo e significativo trend, denominato “Quiet Quitting”. Trascorsa quindi l’onda più drastica della consegna delle dimissioni, sembra che ora molti lavoratori scelgano una via più lenta, senza tagli netti: letteralmente “Quiet Quitting” significa infatti “lasciare lentamente”. Nel concreto, vuol dire mollare la presa sul lavoro, limitandosi a fare lo stretto necessario.

«Il fenomeno del Quiet Quitting, seppur possa sembrare meno impattante rispetto a quello delle dimissioni di massa, non deve e non può essere trascurato dalle aziende» spiega Carola Adami, fondatrice di Adami & Associati, società internazionale di head hunting.

«Le persone che scelgono in modo razionale e sì, strategico, di mettere dei paletti chiari alla propria vita lavorativa partono con l’evitare il lavoro extra, gli straordinari, la reperibilità, smettendo del tutto di considerare la propria carriera lavorativa come una priorità» sottolinea l’head hunter «e questo, in uno scenario in cui fin troppo spesso le aziende contano proprio sugli extra e su quello sforzo in più da parte dei dipendenti per raggiungere gli obiettivi prefissati, può ovviamente diventare un problema considerevole».

Al di là delle dichiarazioni dei dipendenti, a partire dai social network – dove l’hashtag #quietquitting continua a guadagnare popolarità – a dimostrare la concretezza di questo fenomeno è il report State of the global workplace 2022 di Gallup.

Lo studio ci dice che, se prima della pandemia l’engagement dei dipendenti nei confronti delle aziende datrici di lavoro era in continuo aumento a livello globale, oggi è invece stagnante o in flessione. Guardando ai numeri attuali, solamente il 21% dei dipendenti afferma di essere coinvolto dal proprio lavoro, un dato che in Europa scende al 14%.

«I numeri mostrano che il fenomeno del quiet quitting riguarda soprattutto i lavoratori delle generazioni Millennial e Z, ovvero la forza lavoro nata a partire dagli anni Ottanta, che rappresenta la parte più produttiva e più importante per lo sviluppo delle aziende» spiega Adami.

«Se per evitare le dimissioni dei dipendenti le aziende sono chiamate a investire nella formazione degli assunti, a introdurre dei benefit e ad ascoltare le esigenze dei dipendenti, nel caso del Quiet Quitting l’attenzione va posta soprattutto sul dialogo, e sulla costruzione di un rapporto autentico ed empatico tra manager e i membri del proprio team», conclude Carola Adami.

Perché un ambiente di lavoro sano e trasparente permette sia di ridurre il turnover, sia di aumentare la propensione alla produttività.

 

 

Reddito di cittadinanza: per il Prof. Mele solo a chi non può lavorare

Roma, 30 settembre 2022 – Una delle grandi sfide che dovrà affrontare il nuovo Governo sarà il proseguo o meno del Reddito di Cittadinanza. Questo sussidio, istituito con il Decreto Legge n°4 del 28 gennaio 2019, doveva rappresentare una forma condizionata e non individuale di reddito minimo garantito ma, tuttavia, sin da subito ha perso proprio la caratteristica di condizionalità.

In altre parole, l’erogazione del sussidio targato M5S era strettamente collegato alla immediata disponibilità al lavoro da parte dei componenti di un nucleo familiare nonché, all’adesione ad un percorso personalizzato di accompagnamento all’inserimento lavorativo.

Come sappiamo, però, nonostante la creazione dei Navigator l’accompagnamento verso il mercato del lavoro è stato un fallimento facendo, del Reddito di Cittadinanza, un tema oggetto di molte critiche a causa della sua caratteristica di disincentivare il lavoro.

Allo stato attuale, secondo l’Inps, circa 2,5 milioni di persone risultano percettori del sussidio divisi tra chi percepisce il RdC, e chi la forma pensionistica dello stesso con un importo medio erogato, a livello nazionale, di 549 euro.

A livello aggregato, nei primi tre anni, sono stati elargiti sussidi a 2 milioni di nuclei familiari, per un totale di 4,65 milioni di persone, e per una spesa di quasi 20 miliardi di euro. In aggiunta, su 100 soggetti beneficiari del RdC, quelli “teoricamente occupabili” risultano essere poco meno di 60 (Fonte AGI-Inps-).

Di per sé, quindi, si nota chiaramente, come lo Stato ha sostenuto una spesa, per trasferimento, molto elevata alla quale è possibile scorporare la quota spesa per ogni posto di lavoro creato con il Reddito di Cittadinanza, ossia 52 mila euro annui. Quota, questa, molto superiore alla media del costo di un lavoratore sia nel settore pubblico che privato. È proprio da questi dati che emerge il forte contradditorio sul conservare o meno tale manovra di assistenza statale.

Da una parte c’è chi, il Movimento 5 stelle in primis, vorrebbe mantenerla dall’altra, il Centro-destra, preferirebbe modificarla o eliminarla del tutto.

Il Prof. Marco Mele, Associato di Politica Economica presso la Unicusano e vicino al Centro-destra, sentito sulla questione, ha sottolineato come “la misura del Reddito di Cittadinanza dovrebbe essere eliminata prima di proporre una nuova forma dello stesso. Di fatto, si dovrebbe lasciare spazio a una misura di sussidio più idonea solo verso le fasce più deboli della popolazione distinguendo tra coloro i quali possono lavorare e coloro che, invece, purtroppo, sono impossibilitati a farlo.

“Nonostante il Reddito di Cittadinanza ha rappresentato una salvezza per numerose famiglie durante la crisi pandemica – continua l’economista – la lotta alla povertà non può essere realizzata tramite un “helicopter money” ma rilanciando la domanda aggregata lungo il ciclo economico e questo, attraverso interventi diretti volti a creare opportunità occupazionali. In aggiunta, data la crisi energetica attuale, non possiamo permetterci spese assistenziali fallimentari che gravano sul rapporto deficit/PIL.

In altre parole, va bene un sussidio sulla falsa riga del Reddito di Cittadinanza ma solo a coloro che sono impossibilitati a lavorare.

“Per gli altri bisogna generare posti di lavoro facendo crescere l’economia attraverso misure mirate di politica economica fiscale che il nuovo Governo, certamente, ha già in mente di attuare”, conclude il Prof. Mele.

 

 

 

Lo studio: cosa cercano gli sviluppatori italiani nel 2022

È ufficialmente aperta la terza edizione della ricercaThe State of Software Development in Italy” condotta da BitBoss, startup innovativa incubata in I3P, l’Incubatore delle imprese innovative del Politecnico di Torino.

Per il terzo anno consecutivo, BitBoss lancia un appello agli sviluppatori di tutta Italia perché prendano parte alla ricerca annuale dedicata al mondo dello sviluppo software.

“L’obiettivo è quello di scattare una fotografia in costante evoluzione della figura dello sviluppatore. Una professione ormai fondamentale per la vita delle imprese e che tutti gli imprenditori dovrebbero imparare a conoscere e a valorizzare se vogliono competere per attirare i talenti migliori”, racconta Davide Leoncino, Co-Founder e Head of Marketing di BitBoss.

Nel 2020, in piena pandemia, il 35,5% degli sviluppatori freelance affermava di aver registrato un incremento del lavoro durante il lockdown, mentre solamente il 17,3% dichiarava di aver subito una flessione negativa del lavoro a causa delle restrizioni.

Nel 2021 poi, 9 sviluppatori su 10 in Italia affermavano di essere occupati e soddisfatti del proprio lavoro e solo il 10% stava cercando attivamente un lavoro.

Questi erano alcuni dei dati emersi dalle prime due edizioni della ricerca condotta da BitBoss, software house di Torino.

Oggi, a distanza di due anni dal primo lockdown, come sta cambiando il settore legato al mondo dello sviluppo?

Lo slancio dovuto alla corsa alla digitalizzazione sta ancora alimentando la richiesta di figure specializzate in questo settore? Inoltre quali sono le tecnologie, gli strumenti e i linguaggi di programmazione più amati e più utilizzati dai professionisti del codice?

Secondo una ricerca condotta dalla nota piattaforma Indeed, quello dello sviluppatore di software è uno dei lavori più pagati e richiesti in Italia. Eppure è sempre più difficile trovare risorse esperte in questo campo, siano essi freelance o dipendenti e, di fatto, oggi gli sviluppatori continuano a essere talenti rari che le imprese fanno sempre più fatica ad attirare.

La domanda di figure tecniche da parte delle aziende cresce non solo per poter competere in maniera efficace sui mercati esistenti, ma soprattutto grazie all’emergere di nuove opportunità di business nel digitale. Esempi lampanti sono rappresentati dalle nuove tecnologie legate alla blockchain e al web3.

“Quanto gli imprenditori conoscono effettivamente il lavoro dello sviluppatore? Quanto conoscono i fattori che muovono le loro scelte in ambito professionale? Le aziende devono saper dialogare con queste figure professionali, devono comprendere che la maggior parte di loro non è più interessata solo all’aspetto economico, ma vogliono anche crescere professionalmente, disporre di flessibilità e autonomia in termini lavorativi e soprattutto non sono più interessate a lavorare con tecnologie obsolete e ricercano ambienti lavorativi più stimolanti e innovativi” continua Leoncino.

La ricerca condotta ogni anno da BitBoss ha lo scopo di mettere in luce la professione dello sviluppatore in modo da far conoscere alle imprese questa figura e permettere loro di migliorare l’offerta per attirare i talenti migliori.

Allo stesso tempo vuole dare la possibilità agli sviluppatori italiani di conoscere meglio l’ecosistema al di fuori della propria azienda o della propria area territoriale. La ricerca quindi non indaga solamente il mondo del lavoro, ma vuole far luce sulle tecnologie, sugli strumenti e i linguaggi di programmazione più amati e utilizzati dagli sviluppatori italiani.

I focus della ricerca di quest’anno

Il fenomeno delle Grandi Dimissioni

La ricerca di quest’anno avrà un focus su quel fenomeno che viene chiamato Great Resignation che sta interessando diversi settori tra cui anche quello dello sviluppo software. Una ricerca della Harvard Business Review ha infatti dichiarato che i tassi di dimissioni interessano soprattutto i settori della sanità e della tecnologia. In particolare lo studio ha rivelato che i tassi di dimissioni hanno interessato più che altro i lavoratori impegnati in quei campi che avevano registrato un aumento estremo della domanda a causa della pandemia, portando probabilmente ad un eccessivo aumento nei carichi di lavoro.

Ad alimentare il fenomeno delle Grandi Dimissioni però potrebbe essere anche la crescente fiducia dei professionisti nelle proprie capacità, la sensazione che la dinamica tra lavoratore e datore di lavoro sia cambiata e che i lavoratori abbiano più capacità di scelta e più controllo sulla propria vita professionale.

Le nuove tecnologie: Blockchain e web3

Solo per fare un esempio, secondo uno studio condotto da Forbes, le startup che operano nel mondo delle criptovalute hanno ottenuto nel complesso 30 miliardi di dollari di investimento in VC nel 2021, 50 dei quali hanno raccolto oltre 100 milioni di dollari. Alla luce di questi dati cosa si può prevedere per il futuro? “Sicuramente chi conosce il mondo della tecnologia da vicino avrà un’opinione in merito e vorremmo capire se gli sviluppatori in Italia percepiscono tutte queste innovazioni come il futuro del web oppure se associano questi fenomeni a una serie di bolle pronte a scoppiare. Sicuramente capire qual è l’opinione di chi lavora tutto il giorno nel mondo dell’innovazione dovrebbe influenzare il modo che avranno le aziende di utilizzare queste nuove tecnologie.” Conclude Leoncino.

È quindi ufficialmente aperta la terza edizione della ricerca The State of Software Development in Italy. Il sondaggio è aperto a tutti gli sviluppatori che vorranno partecipare ed è raggiungibile da questo link: https://www.bitboss.it/developers-hub/the-state-of-development-in-italy/2022.

Tutti i risultati ottenuti tramite la ricerca svolta da BitBoss saranno resi pubblici in forma aggregata e anonima sul sito web di BitBoss a questo link: https://www.bitboss.it/developers-hub/the-state-of-development-in-italy e gli sviluppatori che parteciperanno potranno ricevere i risultati aggregati in anteprima.

Riguardo BitBoss

BitBoss è una startup innovativa incubata in I3P, l’Incubatore di imprese innovative del Politecnico di Torino. Progetta e sviluppa prodotti digitali basati sulla tecnologia, la creatività e l’innovazione e collabora ogni giorno da remoto con una rete di developer attivi da tutta Italia per comporre, insieme alle figure interne, il team perfetto per ogni progetto.

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Fonti dati e studi:

https://it.indeed.com/guida-alla-carriera/trovare-lavoro/lavori-pagati-bene

https://www.bitboss.it/developers-hub/the-state-of-development-in-italy

https://hbr.org/2021/09/who-is-driving-the-great-resignation

https://www.forbes.com/sites/rahulrai/2022/01/02/an-overview-of-web3-venture-capital-activity-in-2021/

 

Dopo le vacanze riparte il lavoro: ecco le figure digital più ricercate

Milano, 14 settembre 2022 – «Ogni anno, tra luglio e agosto, il mercato del lavoro tende a rallentare: da una parte le aziende affrontano importanti periodi di chiusura, dall’altra i candidati sono meno propensi a candidarsi. Settembre e ottobre, al contrario, sono mesi in cui il mercato del lavoro riprende vita». A spiegarcelo è Carola Adami, fondatrice di Adami & Associati, società  specializzata nella selezione di personale qualificato. In queste settimane, afferma l’head hunter «le aziende stanno riprendendo tutti i processi che erano messi in pausa prima dell’arrivo dell’estate».

Le prossime settimane rappresentano quindi un ottimo periodo per cercare lavoro: in generale, come sottolinea l’head hunter «il periodo favorevole va fino alla metà di novembre, quando iniziano fisiologicamente a calare le ricerche da parte delle aziende, in vista del blocco natalizio e della chiusura dell’anno e dei progetti in corso».

Ma quali sono le figure professionali più ricercate?

A dominare il mercato sono soprattutto le figure digital, anche grazie al continuo processo di modernizzazione digitalizzazione delle imprese italiane. «Il comparto tecnologico continua a essere estremamente vivace» conferma Carola Adami «con le aziende del settore alla costante ricerca di personale qualificato o altamente qualificato».

Si parla quindi, per esempio, del programmatore informatico. «Il mercato del lavoro è alla continua ricerca di figure in grado di sviluppare software e app, con aziende che, per via del numero ridotto di candidati, hanno molto spesso difficoltà nel portare a termine in modo efficace il processo di selezione del personale» spiega Adami.

Andando verso delle qualifiche più specifiche, e verso delle nicchie destinate a diventare sempre più importanti, sta crescendo il numero di ricerche di ingegneri esperti nel campo del machine learning e dell‘intelligenza artificiale.

«Molte aziende italiane e tante multinazionali hanno bisogno di professionisti in grado di creare algoritmi capaci di rendere autonomi dei sistemi digitali e non solo, per delle applicazioni nelle più diverse attività industriali e commerciali».

Restando nel campo delle professioni più cercate negli ultimi anni, l’head hunter di Milano cita poi lo specialista di Internet of Things, e quindi «una figura professionale con le competenze necessarie per trasformare in realtà l’Internet delle Cose, dando alle aziende la possibilità di sfruttare in modo efficace il sempre più vasto ecosistema IoT».

E di certo, visto il continuo espandersi dei dispositivi connessi e la sempre maggiore centralità delle reti, non può che essere sempre più ricercata anche la figura dell’esperto in cybersecurity. A spingere in questa direzione sono sia le minacce informatiche sempre più presenti, sia l’evoluzione delle normative per quanto riguarda la privacy e il web.

 

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