Un nuovo modello per migliorare la catena di distribuzione nell’agroalimentare
Intervista a Roberto Tononi
Accorciare la filiera agroalimentare, riducendo il numero di intermediari, in modo da offrire sul mercato un prodotto a prezzi più contenuti. Un risultato tangibile sia per il consumatore finale e il suo portafoglio, che per l’imprenditore più preparato ad affrontare le sfide del mercato globalizzato. È questo uno degli obiettivi concreti del Dipartimento Biotecnologie, Agroindustria e Protezione della Salute, che da alcuni anni svolge attività di ricerca su queste tematiche. É l’ingegner Roberto Tononi a parlarne, il quale da diversi anni dedica il suo tempo al mondo delle piccole e medie imprese, che detengono il 98% del mercato dell’agroalimentare. “Sono loro il fulcro di interesse per la nostra ricerca, perché hanno un difetto congenito, determinato dal basso livello di coordinamento. Si tratta di imprese che non sono in grado di gestire in maniera autorevole la catena e quindi di imporre qualche rinuncia, quando necessario, a beneficio dell’intero complesso. Un esempio per tutti: in Italia i magazzini di orto-frutta sono 16.000, contro i 600 della Francia, il cui territorio è il doppio”.
- In cosa consiste la vostra ricerca?
“Insieme ad istituti come il Mit di Boston, l’Harvard Business School, l’E-Business Management School dell’Università di Lecce, il Politecnico di Milano, abbiamo messo a punto dei metodi di “coordinamento decentralizzato”, vale a dire regole di collaborazione tra le imprese della catena, configurate in maniera tale da allinearne i singoli interessi. Il principale obiettivo infatti è proprio quello di massimizzare gli interessi dell’intera catena, passando dalle quote di mercato per arrivare ai profitti.”
- Quali sono gli obiettivi?
“Raccogliere e armonizzare in un unico sistema di gestione, le specifiche soluzioni proposte dai vari studi già condotti, in modo da fornire alle imprese un vero e proprio modello di gestione da utilizzare come insieme di linee guida per il coordinamento delle catene. Il tutto in un’ottica concreta e quindi fornendo soluzioni per gli specifici problemi delle PMI. Due obiettivi che comunque l’ENEA ha raggiunti nell’ambito del progetto europeo e-Mensa, nel quale l’Ente ha realizzato il modello di gestione SMEC, che sta per Small Medium Enterprise Chain”.
- Cosa dovete ancora fare?
“Dobbiamo proseguire nella concreta sperimentazione del modello SMEC applicandolo all’universo delle PMI, in modo da perfezionarlo sul campo. Questo ci permetterà di ultimare il Centro Dimostrativo Virtuale, ossia un servizio disponibile su Internet, che consentirà alle imprese di constatare con mano i reali benefici di questo modello. I processi che lo SMEC sostiene devono essere vissuti come parti integranti di una concreta partnership strategica tra i membri della catena. L’obiettivo infatti è innalzare il livello di collaborazione tra le diverse parti, che poi è il fattore più importante per affrontare in modo sistemico le sfide del mercato globale.”
- Possiamo fare qualche esempio pratico?
“Il mondo delle PMI ancora non è pronto a questo nuovo linguaggio, ma ottimi sono i risultati ottenuti da parte di grandi catene. Barilla, ad esempio, ha introdotto, nella sua catena distributiva la gestione unificata delle scorte, con una riduzione media di circa il 50% dei costi, equivalente ad un risparmio annuo di alcune decine di milioni di euro. La catena distributiva dei film in dvd della Blockbuster, invece, ha adottato una delle forme innovative di contratto di fornitura e ha aumentato la sua quota di mercato dal 24% al 40%. Questi numeri e queste esperienze ci dicono che i vantaggi potenziali non sono marginali.
Per saperne di più:
- Le sette regole d'oro della catena di distribuzione
- Le PMI: un settore strategico per l'agroalimentare