Recensione a “il Barone” – di Giuseppe Spezzaferro
“il Barone – Werner von der Schulenburg tra storia, passioni e intrighi” di Sibyl von der Schulenburg, Ipertesto Edizioni, Verona 2010
Quando, negli Anni Trenta, dalla Germania soffiarono forti venti di antisemitismo, furono in molti a pensare che mai in Italia sarebbe accaduta la stessa cosa. Lo stesso Mussolini, in un lungo discorso in Parlamento in occasione dei Patti Lateranensi, aveva dichiarato: «Ma è ridicolo pensare, come fu detto, che si dovessero chiudere le Sinagoghe! Gli ebrei sono a Roma dai tempi dei re; forse fornirono gli abiti dopo il ratto delle Sabine; erano cinquantamila ai tempi di Augusto e chiesero di piangere sulla salma di Giulio Cesare. Rimarranno indisturbati…». In quegli anni chi curava di far conoscere ai tedeschi le reazioni degli ambienti intellettuali italiani era soprattutto la rivista “Italien”, diretta da un personaggio, Werner von der Schulenburg, che definire originale sarebbe veramente riduttivo.
A raccontarcelo è Sibyl (“Il Barone” – Ipertesto Edizioni, Verona, 2010) la terza figlia avuta dal terzo matrimonio del settantenne conte con Isa Carsen-Iser, di quarant’anni più giovane. E’ una biografia che attraversa con impeto italo-tedesco gli anni… formidabili di quel secolo breve che fu il Novecento. Nella prefazione, la psicoterapeuta prof.ssa Maria Rita Parsi fa una scansione dei momenti cruciali fornendo al lettore una comoda guida ragionata. In termini cronologici il racconto parte dal collegio militare e si conclude nella fuga in montagna per non cadere nelle mani della Gestapo.
Arruolatosi volontario nella prima guerra mondiale, quando Werner scrisse alla prima moglie che «era in procinto di partire per la seconda battaglia dei laghi Masuri» si vide rispondere: «Ti prego di mandarmi al più presto i tuoi anelli, l’orologio d’oro e la catena. Ho sentito dire che quel genere di oggetti vengono sempre sottratti agli ufficiali caduti». «Ma – continua Sibyl – Schulenburg non aveva perso fiducia nelle donne, si innamorò di una bella brasiliana di origine tedesca…»; che sarebbe diventata la moglie numero due. Nel 1916, il conte fu chiamato a Berlino alla divisione dell’ufficio stampa di guerra. L’anno seguente fu trasferito all’Ambasciata tedesca a Berna, dove gli fu affidato, tra l’altro, l’incarico di accompagnare Lenin a Zurigo. Innamorato dell’Italia, il conte riuscì a gettare un ponte (compito dichiarato di “Italien”) che resistette a lungo, prima di cedere sotto il peso dei panzer. Werner perdette la direzione della rivista ma riuscì a sfuggire alla furia nazista, mentre gli altri – con i quali aveva pure complottato – ci rimisero la vita. Prima di raccontare questo episodio, però, va spiegato perché il conte fosse da tutti conosciuto come il barone. L’artefice fu donna Margherita Sarfatti, donna di grande cultura diventata influente anche negli ambienti politici per via della sua relazione con Benito Mussolini. Quando Werner le venne presentato, Margherita esclamò a conclusione di un rapido scambio di battute: «Un barone, allora. Dall’antico germanico baro, uomo libero». Quell’incontro non cambiò, diciamo così, il solo titolo nobiliare, ma costituì un preciso punto di svolta. Leggiamo ciò che scrive Sibyl: «Tra le molte incombenze a carico di donna Margherita, c’era anche quella di redattrice di “Gerarchia”, il mensile ufficiale dei fascisti. La pubblicazione era stata voluta da Mussolini nel 1922 e i contributi erano riservati in genere a fascisti di provata fede. Schulenburg, direttore di “Italien”, lo leggeva regolarmente… Nell’ottobre del 1929 Margherita Sarfatti si rivolse a Schulenburg con la preghiera di scrivere un articolo per “Gerarchia” che fornisse agli italiani una prima idea del nazionalsocialismo. A Margherita era nota l’avversione di Schulenburg…».
Due anni prima, infatti, era uscito il primo numero di Italien con un lungo articolo della Sarfatti che aveva aperto una fruttuosa stagione di collaborazione, in compagnia di autori del livello di Grazia Deledda, Corrado Alvaro, Massimo Bontempelli, Alfredo Panzini… e di tanti altri. A chi in Germania gli chiedeva quale fosse la vera faccia italiana, Schulenburg rispondeva: «L’Italia non sarebbe l’Italia, il paese dei “primogeniti d’Europa”, come disse una volta Jacob Burckhardt, se la sua vera essenza fosse avvicinabile in maniera così semplice…».
Gli incontri con Mussolini gli avevano confermato quanto fosse arduo imprigionare in un qualche schema la molteplicità italiana. La descrizione che fa di una sua visita nell’autunno del 1927 a Palazzo Chigi è fortemente illustrativa al riguardo; ma vediamo il testo: «Quando entrai nella vastissima sala vidi dietro alla grande scrivania posta nell’angolo un uomo di statura media che si procurava un po’ di movimento battendo i piedi, come sono soliti fare gli operai nei giorni di gran freddo. Quando mi avvicinai alla scrivania, mi ricevette Napoleone. Non molto più tardi venni esaminato da un maestro elementare, dopo di che ebbi a che fare con un capitano d’industria che, nel corso del colloquio, cedette il posto a un cardinale. Dopo quest’ultimo, parlò in modo compassato e bello un umanista fiorentino e la chiusura fu fatta da una vecchia, bonaria signora con molta comprensione umana ed una punta di cattiveria…». Fu anche per questa sorta di multitasking, che Schulenburg era convinto che la “questione ebraica” si sarebbe sgonfiata. Oltre alla posizione dell’Italia, ben riassunta – come abbiamo visto nel discorso per il Concordato – da Mussolini, c’erano molti ambienti tedeschi che non erano d’accordo con il nazionalsocialismo sia su questo che su altri temi sociali, economici e politici.
In difesa degli ebrei, il direttore di Italien arruolò e fece scendere in campo anche gli antenati. E scrisse: «La Germania deve molto all’intellettualità ebraica, e non solo la Germania. Già il Maresciallo Johann Matthias von der Schulenburg nel 1716 elogiò il comportamento della comunità ebraica durante la difesa di Corfù. Credo di poter dire che, se Schulenburg non avesse tenuto l’isola, oggi qui saremmo tutti musulmani». Tra i collaboratori della rivista c’erano molti ebrei, a cominciare dalla Sarfatti, che discendeva da una ricca famiglia veneta. Sibyl racconta così la reazione di un intellettuale ebreo: «Il professore (Carlo Foà; ndr.) sospirò, poi riprese: «Il mio articolo voleva sottolineare che noi siamo anzitutto italiani, e poi ebrei. Ci sono stati ebrei fin dall’inizio nel fascismo, nella marcia su Roma, tra gli ideologi fascisti e nelle università. E’ Roma la nostra città santa, non Gerusalemme… il baccano che fanno i sionisti crea nel popolo l’impressione che gli ebrei siano tutti antifascisti e decisi a tradire l’Italia».
La via da percorrere, perciò, appariva un rapido avvicendamento nella leadership tedesca. Racconta Sibyl: «Franz von Papen gli aveva chiesto un aiuto per tentare un colpo di Stato. Aveva aiutato Hitler a diventare cancelliere e ora lo voleva scalzare (…) Schulenburg aveva programmato di andare al congresso dei medici a Sankt Moritz e, con l’aiuto di Margherita, contattare gli esponenti politici esteri che fossero stati presenti. In occasione del congresso Francia, Italia e Inghilterra si sarebbero incontrate e lui sarebbe stato in missione esplorativa per conto di Franz von Papen, il quale voleva sapere come la pensavano loro su un possibile cambiamento di rotta in Germania. E chiaramente voleva il loro appoggio. Avrebbe alloggiato al Kurhaus, la casa di cura a Sankt Moritz Bad, per avere una copertura e nello stesso tempo curarsi le ossa nei bagni termali. Se questa cosa fosse stata scoperta dal cancelliere Hitler, avrebbe avuto seri guai». Il 30 giugno del 1934 la cosiddetta “Notte dei lunghi coltelli” pose fine a quel laborioso lavorìo; il barone con sottile ironia aveva definito «seri guai» l’eliminazione fisica degli oppositori. Comunque non si perse d’animo e riprese a tessere un’altra tela: quella che avrebbe portato all’attentato, il 20 luglio del ’44, a Rastemburg, in quella parte di Prussia che dopo la sconfitta militare sarebbe diventata polacca sotto il controllo sovietico.
Giuseppe Spezzaferro
Il Barone – Werner von der Schulenburg fra storia, passioni e intrighi
Introduzione della prof.ssa Maria Rita Parsi
Stampato su pregiata carta per edizioni, finemente lavorato e curato nei minimi dettagli: rilegatura cucita a filo refe, copertina cartonata impressa in rilievo a caldo, sovracoperta e trancia oro
F.to 17×24 – 432 pagine – Euro 25,00
ISBN 978-88-6216-048-3