Presentazione del romanzo COY ECCE HOMO
di Giorgio Trombatore edito dalla casa editrice
Le NOVE MUse.
Presentazione del Direttore del Segretariato
Sociale della Rai Dott. Carlo Romeo
Ho incontrato Giorgio in Darfur. Vivevamo tutti
quanti in una piccola struttura bianca e azzurra
in muratura con due container e un muro di
cinta. Accanto al portone sotto una copertura
un asino ormai praticamente domestico
sorvegliava con aria perplessa i suoi colleghi
meno fortunati che tiravano a fatica carretti
improbabili. Li cavalcavano ragazzini neri che
quando vedevano la faccia peraltro rara di un
europeo cominciavano a usare come matti il
bastone sui loro animali. Qualcuno di noi si
arrabbiava con loro per quella violenza infantile
e inutile anche se sapevamo che non serviva a
niente arrabbiarsi, che quei ragazzini dovevano
solo dimostrarci che c’era qualcuno sotto di
loro, che potevano disporre anche loro di
qualcuno, fosse pure il somarello rintronato da
quelle improvvise legnate, che non erano
insomma l’ultimo anello della catena
gerarchica di Nyala. La capitale del Sud Darfur
in quell’enorme piccolo continente che è il
Sudan è nera, araba, oriente, deserto al tempo
stesso. Niente alberghi, dei tricicli a motore
fanno da taxi per i ricchi e non è raro veder
squartare una capra lungo la strada principale.
Intorno i campi dei profughi, all’orizzonte la
montagna dove si organizzano i ribelli, nelle
pieghe della città lo sguardo di quelli che
sappiamo diventare in certi momenti i
Janjaweed, i diavoli a cavallo utilizzati dal
governo per piegare la popolazione nera in
quella che l’Onu ha definito la maggior
catastrofe umanitaria in corso.
Giorgio a Nyala sembrava a casa sua. Ero
arrivato con Stefano Belardini, uno dei più
capaci ed esperti giornalisti operatori del Tg1
ma sopratutto una delle persone migliori che
mi sia capitato di incontrare. Stefano era stato
poche settimane prima a Nyala e già conosceva
la realtà. Io invece tornavo in Africa, nel
deserto, dopo venti anni e mi sembrava un
ritorno a casa. Ogni persona che è stata anche
solo una volta, che ha vissuto per un minuto o
un anno veramente l’Africa - non quella dei
villaggi turistici, per intendersi, o degli alberghi
di lusso – sa che da quel momento ha due
patrie, la sua e l’Africa. Per Giorgio questo è
ancora più vero perché la sua prima patria è
l’Africa dove si muove come un bianco che non
ha paura di essere se stesso ovunque, che vive
ogni angolo di strada come fosse quello dove è
nato o dove potrebbe morire.
Abbiamo passato insieme, molti giorni. E’ stato
quello che ci ha consentito di parlare e di
ascoltare, di capire quanto stava accadendo in
Darfur. Sulle prime la diffidenza nei confronti di
quelli che arrivano da Roma, di quelli che fanno
i giornalisti e quindi non si preoccupano di
capire ma di trovare contesti dove specchiare la
loro presenza, lo condizionava un po’. Ci
guardava per vedere come avremmo reagito a
quel mondo che non era il nostro. Il suo è stato
un esame non facile ma che per lo meno si è
concluso con una strada comune, cosa che nel
deserto conta quanto una amicizia anche se
dura di meno. Siamo saliti insieme sullo Jabel
Marra, dove i ribelli cercavano persone di cui
potersi fidare. Siamo entrati nei palazzi del
potere, abbiamo lavorato insieme per formare il
personale della radiotelevisione di stato a
Nyala, abbiamo vissuto con giornalisti e tecnici
e personale amministrativo, abbiamo persino
partecipato ad una trasmissione in cui il
banchetto di addio che avevano organizzato per
noi era il clou del programma. In
quell’occasione fu Giorgio a rendere possibile il
mio intervento nella loro lingua, breve ma
complesso in un momento molto delicato per
tutti.
A farla breve, con Giorgio e con Donato, Fiore e
Claudio e Vincenzo – che garantivano a tutti la
serenità necessaria per poter lavorare tranquilli
– ci lega qualcosa che poi, in certe serate a
Sarajevo o a Sidone, con Stefano ci siamo
ritrovati a ricordare come momenti di forte
intimità, qualcosa che capita credo se si è
combattuto o navigato o scalato insieme.
Giorgio in questo libro si è raccontato
spietatamente e per uno come lui che sembra
sempre parli poco, guardi poco, ascolti poco
appare singolare. Però a guardarlo meglio
Giorgio guarda tutto, studia tutto, giudica tutto
sempre e in ogni contesto. I suoi pareri
tranchant, in diverse lingue molte delle quali
sconosciute per noi, a me che sono affascinato
e avvelenato dal dubbio facevano in certi
momenti sorridere. Invidio alcun e sue certezze
anche se so, e chi legge comprende, quanto le
abbia pagate e come gli siano necessarie.
La storia di Giorgio è la storia di tanti uomini e
donne che hanno deciso di uscire molto presto
dalla loro vita ordinaria per cercare di fare
qualcosa altrove. Al tempo stesso è una storia
unica, originale e irripetibile come tutte le storie
che ci capita di ascoltare. Soprattutto è una
storia raccontata senza nascondersi dietro un
personaggio.
Leggendo il libro di Giorgio mi risuonava alla
mente qualcosa che avevo letto da qualche
parte e che mi sembrava potesse inquadrare
quelle pagine. Ho faticato un po’ ma ho
ritrovato il libro in cui avevo letto quelle parole.
Henry Miller le aveva scritte nel suo Tropico del
Cancro. Se a volte, aveva scritto Miller,
incontriamo pagine esplosive, pagine che
feriscono e bruciano, che strappano gemiti e
lagrime e bestemmie, sappiate che sono pagine
di un uomo alle corde, un uomo a cui non resta
altra difesa che le parole e le parole sono
sempre più forti della menzogna, peso
schiacciante del mondo, più forti di tutte le
ruote e i cavalletti che i vili inventano per
infrangere il miracolo della personalità.
Carlo Romeo
Direttore Segretariato Sociale Rai
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Monday, December 24th, 2007 at 11:46 pm.
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